Recensioni

Thalia Zedek e Kristin Hersh. Due musiciste, due cantautrici con due storie diverse e molti curiosi parallelismi. Le accomuna la città di riferimento (Boston), così come l’arco di tempo che coprono le loro lunghe carriere discografiche: nel 1986 Thalia incide Sleep Asylum con gli Uzi ed esce anche il primo disco dei Throwing Muses di Kristin. La carriera solista intrapresa da entrambe in un secondo momento (per la Zedek addirittura in un “terzo tempo”) si intreccia da allora ai percorsi con le band: i Live Skull, i Come, ultimamente gli E (del cui ultimo album Negative Work parlavamo giusto qualche mese fa) da una parte; la creatura prediletta, i Throwing Muses, e poi i 50 Foot Wave dall’altra. I rispettivi nuovi lavori solisti rispecchiano abbastanza fedelmente l’andamento e il carattere delle loro autrici: un lavoro più “classico” – se si può usare il termine – per Thalia Zedek, più eccentrico per Kristin Hersh.

Fighting Season, con cui Zedek ritorna a collaborare con gli stessi musicisti che l’hanno accompagnata per il precedente Eve – e a cui si aggiungono anche i vecchi amici Chris Brokaw e J Mascis nell’opener Bend Again – è un disco che riflette l’attualità: come tanti album recenti di rocker americani “alternativi” di lungo corso, porta i segni di quello che sta succedendo nel paese (gli ultimi dischi di Low, Superchunk, Mudhoney sono altrettanti esempi). Anche se non si definisce né si può definire un disco politico: ha un mood crepuscolare che in fondo riguarda sia i brani più desolati (The Lines) che quelli più ottimisti (Of the Unknown), in cui il punto di vista oscilla continuamente tra il personale e il collettivo, senza confini netti. Anche musicalmente, esprime un senso di pacata resilienza. Bend Again, che come brano iniziale introduce alle atmosfere dell’intero LP, è una canzone a due marce, una ballad dolente che con un cambio di ritmo diventa più vivace ma mantiene lo stesso carattere dolceamaro. Non l’urlo quindi, ma una ricerca della pace interiore: è dove ci vorrebbe condurre il pathos sublimato di What I Wanted, di una title-track attraversata da brividi elettrici più marcati, o di Of the Unknown. Più o meno tutti i brani di Fighting Season indulgono in queste atmosfere rese comunque in maniera suggestiva con armonie ben calibrate, grazie anche gli interventi di violino e viola nella giusta temperatura emotiva (6.8).

Il nuovo lavoro di Kristin Hersh, Possible Dust Clouds, è meno meditativo e più estroso, elettrico e carico (più del precedente Wyatt at the Coyote Palace che aveva una sua anima acustica di base). Tutto ciò si nota già dall’iniziale LAX, che sta a Possible Dust Clouds come Bend Again a Fighting Season: sempre rock cantautorale con delle belle partiture di chitarra in evidenza, solo molto più acido. Ed è proprio questa punta di acidità psichedelica, di suono grunge e di lo-fi la caratteristica di un lavoro molto umorale e mental, pieno di personalissime idiosincrasie: dal vibrato e delay tremolanti di No Shade In Shadow e della quasi breedersiana Breathe In alle vocine spiritate di Foxpoint e Gin, al flamenco (?) bizzarro di Lethe Gain – che ricorda certi ritmi strambi tipicamente Throwing Muses. Un quid di stravaganza e di imprevedibilità in questi dettagli che ci fa preferire, seppur di poco, l’album di Kristin tra due lavori, entrambi molto personali e sinceri (7).

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette