Recensioni

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La musica della Zedek solista è da sempre una creatura stramba ma affascinate. Un misto di afflizione e ruvidezza veicolato da una voce che è un tremito blues rubato alla vita vissuta, e da un suono nervoso capace di narcosi inaspettate, elettricità sfibrate che si allungano e ritraggono, cambi di tempo e spontanee code strumentali. Sei lì che ti destreggi tra una viola, un pianoforte e una chitarra come un navigatore updatato su certi timbri (Patti Smith, Neil Young, certo indie anni Novanta, il blues-folk-rock), riesci quasi a prevedere l’andamento delle curve e dei dossi, e ti ritrovi non si sa come avvinghiato a un riff o a un accordo che spunta quasi per caso, cambiando la prospettiva. Perché in fondo Thalia Zedek funziona su una frequenza diversa da quella della logica compositiva più stringente o dell’innovazione a tutti i costi: più o meno la stessa su cui trasmettono i vari Robert Johnson, Muddy Waters, John Lee Hooker e via dicendo. Qualcosa di umorale e incontrollabile che ha a che fare con l’anima (qualsiasi cosa sia), più che con l’estetica.

E allora brani come la All I Need acustica posta in chiusura ti sembrano d’improvviso ebbre fughe esistenzialiste, nonostante quel giro di chitarra sentito mille volte; i saliscendi dell’iniziale Afloat finiscono per avere un che di narrativo e appassionante, con certi Low a benedire; gli arpeggi minimali che introducono You Will Wake ti strappano una malinconia tutta sparklehorsiana, inaspettata quanto crepuscolare. Persino un brano come Northwest Branch, inizialmente piuttosto ripetitivo e circolare (per non dire prevedibile), finisce per trovare una ragion d’essere in una chiusura caratterizzata da aspirazioni pseudo-free capaci di far sbandare piacevolmente l’armonia. Stesso discorso per una Not Farewell che nella parte finale si scioglie in una progressione di chitarra elettrica quasi in odore di psichedelia.

Zedek è come la febbre: quando ti rendi conto di averla dentro, è troppo tardi. Ed è quasi sempre una sorpresa. Eve è l’ennesimo buon disco plasmato da un’artigiana del suono che in fondo non si interessa degli angoli poco smussati o delle superfici non perfettamente levigate, concentrata com’è sul come far stare assieme il tutto. Ché in fondo l’esistenza stessa è esattamente questo strano compromesso.

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