Recensioni

7.3

Dopo il deludente Hot Motion, a cui mancava la freschezza del debutto Sun Structures e l’innovazione sintetica di Volcano, i Temples si sono trovati di fronte ad un bivio: tentare ancora una volta la carta della contaminazione o appiattirsi sulla retromania?

La risposta ce la dà forte e chiara Exotico, la prova più lunga e varia fin qui realizzata della band psych-rock di Kettering, un (doppio) album che ne rinnova la palette sonora, recuperando allo stesso tempo quanto di buono fatto finora. Un lavoro senz’altro prolisso ma tenuto assieme dal concept del caso: le isole fantasma, lembi di terra non realmente esistenti ma frutto di miraggi allucinati e antiche leggende.

A dar una mano ai ragazzi, due scafati produttori che hanno scommesso su questa band: Dave Fridmann, sound engineer e produttore dei Flaming Lips oltre che artefice del sound dei primi due album dei Tame Impala, e Sean Lennon, conosciuto dalla band al Desert Daze del 2019 e già mente dietro il singolo Paraphernalia (una citazione esplicita a Veridis Quo dei Daft Punk).

Nel disco tornano le trame elettroniche synth driven di Volcano, ancor più stratificate ed avvolgenti nei singoli Gamma Rays e Afterlife o Giallo, pezzo ispirato ai Goblin e Morricone. La resa sonora acquista tridimensionalità, ricordando i wall of sound psichedelici di note produzioni firmate Dave Fridmann quali Lonerism e Yoshimi Battles The Pink Robots. Non a caso Liquid Air, il brano d’apertura, sembra uscito proprio dal sopracitato disco dei Flaming Lips, complice il sound sinestetico e l’esplosività delle parti di basso e batteria.

Nel rinnovato immaginario sonoro della band c’è spazio anche per coerenti incursioni di vibrafono in Exotico, un solare brano dalla psichedelia liquida, mentre in Meet Your Maker e Time Is A Light fanno capolino batterie elettroniche, vocoder e inaspettati guizzi acidi di Roland TB-303.

Parallelamente al funk assolato di Movements of Time e Gamma Rays e a ballad dal sapore 70s come Fading Actor e Slow Days, il quartetto esplora efficacemente sonorità orientaleggianti nell’esoterico singolo Cicada, ma anche in Crystal Hall, Sultry Air e nella già citata Meet Your Maker, composizione che ricorda gli Altın Gün più elettrici.

Ma a spiccare non sono soltanto gli arrangiamenti, anche le melodie fanno la loro parte: le parti vocali di Afterlife e Fading Actor, per citarne un paio, sono accattivanti e orecchiabili. Cartina tornasole che, anche su questo versante, gli errori compiuti in Hot Motion (la stucchevolmente barocca Holy Horses e la ridondante You’re Either On Something) sono un ricordo del passato. Degno di nota anche il mixing esplosivo di basso e batteria, veri e propri motori propulsivi per la maggior parte delle sedici sfaccettate composizioni, come si può sentire nelle ottime Inner Space e Oval Stones. Infine, anche le taglienti chitarre elettriche brillano in diversi frangenti dell’album come nella title track, in Crystal Hall e Slow Days.

Johnny Marr e Noel Gallagher ci avevano visto giusto: i Temples non sono un fuoco di paglia, spaziando in questa prova da influenze kraut allo psych-pop più dolciastro tipico della formazione di Wayne Coyne, passando per portali mediorientali e derive dance funk à la Philippe Zdar, hanno ritrovato slancio e prospettive.

Qualcuno penserà sicuramente di aver ascoltato il miglior disco dei Temples e potrebbe non avere tutti i torti. Quello che per ora è certo è che i fan di lunga data avranno modo di perdonare alla formazione il passo falso del terzo album in studio, perdendosi negli assolati ed onirici atolli immaginati e musicati da Bagshaw e soci. Non resta che godersi il luminoso miraggio.

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