Recensioni

5.5

La terza prova in studio della formazione psych-rock britannica è la più plastica dimostrazione di come, a volte, troppi complimenti possano far male. Dopo l’acclamato Volcano, in casa Temples devono aver fatto breccia, seppure a scoppio ritardato, le investiture di due totem del rock inglese come Noel Gallagher e Johnny Marr, che li hanno definiti come «la migliore band del Regno Unito degli ultimi tempi»; e loro hanno fatto come la classica squadra di calcio che si fa trascinare dal pubblico di casa ed eccede in manovre d’attacco, perdendo la lucidità necessaria e lasciando il fianco scoperto al contropiede avversario. Il tutto, nonostante la title-track, scelta come singolo di lancio, che sembrava il fuoriclasse a mettere la ciliegina sul gioco di squadra e che invece si è rivelata un discreto fantasista di provincia che predica nel deserto dei Tartari.

Non che questo Hot Motion sia paragonabile a una sconfitta in goleada, ma un netto 0-2 con predominio territoriale degli avversari e il proprio portiere salutato dalle pagelle come migliore in campo non glielo leva nessuno. L’atteso nuovo album del gruppo albionico infatuato per la golden era dello psych-pop ed erede della tradizione di Verve, Spiritualized, Kula Shaker e – in parte – anche dei più recenti TOY, non mantiene le promesse e sconta parecchie pecche: prima fra tutte, quella di palesare una certa pigrizia in fase compositiva, troppo “normale”, preconfezionata, a tratti perfino tamarra. Certo, non si può ribaltare in colpa ciò che è sempre stato riconosciuto come un merito a James Bagshaw e soci, ossia il fatto di essere derivativi come pochi. Eppure, quando la scrittura latita vengono fuori le magagne e a mancare è la verve schizoide che rendeva irresistibili certi passaggi dei due precedenti dischi. Non spunta mai, per dire, una Currency o una Oh The Saviour.

Eh sì che il gruppo del Northamptonshire ci prova a mischiare le carte. Il suono è più asciutto, definito e meno etereo che in precedenza. Non chiamatelo pop ma non siamo troppo distanti da quelle orbite, anche se il mood generale è più dark. Cambiare per non morire, diceva qualcuno, e un pezzo come Not Quite The Same si erge a manifesto in tal senso – sia nel bene (il messaggio è una chiara dichiarazione d’intenti) che nel male (il risultato è un’orribile nenia acido/lisergica dall’effetto barbiturico) -, ma se bisogna cambiare in peggio, tanto vale restare fedeli a se stessi. Anche perché poi si rischia di seguire gli esempi sbagliati, come avviene in The Howl, innocente marcetta degna dei peggiori Kasabian, oppure in una Atomise che fa appena in tempo a rimettersi sulla carreggiata di un prog dagli antichi risvolti egizi rigirati in chiave Queen (dopo una pericolosa partenza à la Muse…).

Il problema è che neanche gli episodi potenzialmente in grado di rimettere in piedi la baracca riescono a bilanciare il resto. Context, per esempio, è il pezzo più anni ’80 del lotto, addirittura gradevole per come mescola Spacemen 3 e Pet Shop Boys; rappresenta un singolare tentativo della band di uscire dal proprio perimetro. Il problema è che lo fa senza squilli, senza la brillantezza e la creatività che fino a due anni fa animavano il trio di Kettering. Come senza mordente sono You’re Either On Something e Holy Horses, rapide e scolastiche scorse all’enciclopedia del pop/rock alla voce Beatles di Revolver.

Insomma, i Temples dovranno riprendere in mano carta e penna e mettersi di nuovo a lavorare duramente, se non vorranno diventare la parodia dei Tame Impala.

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