Recensioni
The Telescopes
The Telescopes
Telescopes – Stone Tape
Telescopes – As Light Return
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Stefano Pifferi
- 3 Dicembre 2017


Aleggia la stessa aura di droga, disagio, abbandono, reiterazione e quant’altro aleggiava ai tempi d’oro sui Velvet, nell’attacco di Become The Sun, traccia iniziale del nuovo album della storica band inglese edito dalla italiana Yard Press. Stone Tape, però, prende le mosse da ambizioni più ampie, nello specifico legate alla teoria omonima elaborata da Thomas Charles Lethbridge agli inizi dei 60s e che prevede che gli oggetti inanimati assorbano in qualche modo le energie e le vibrazioni degli esseri viventi, specie se durante momenti traumatici o emotivamente forti. E da tali presupposti è facile intravedere qualcosa che non si limiti alla mera riproposizione di un suono – un po’ shoegaze, un po’ wall of sound, un po’ psych, ecc. – che ha segnato in lungo e in largo la discografia di Steven Lawrie, ma che preveda movimenti sussultori e ondulatori all’interno di un perimetro sonoro oramai ben scandagliato e quasi storicizzato. Così le digressioni varie ed eventuali di The Desert In Your Heart, sorta di psychgaze sotto codeina, la reiterazione oppiacea della conclusiva Dead Inside o la frantumazione di quel suono originario esposta nella sfilacciata The Speaking Stone quasi fosse una coda di feedback infinita, non sono che parti di una visione musicale che si fa sempre meno filologica e sempre a più ampio spettro traccia dopo traccia, trovando nella centrale Everything Must Be, coi suoi 8 e passa minuti vero cuore dell’album, la manifestazione più finita e perfetta.
Più omogeneo e ancorato al suono standard della formazione, invece, l’album As Light Return: uscito in estate per la tedesca Tapete come ideale seguito di Hidden Fields, mantiene le coordinate di quel disco, ovvero reiterazione e abuso di ampli, feedback, maree di suono montante, scazzo generalizzato – vedi alla voce You Can’t Reach What You Hunger, sorta di grunge-psych che prende i Pavement, li droga abbestia e li frulla nell’Inghilterra di Loop et similia – ma si nota già come ci sia un punto di svolta verso proprio le declinazioni di cui si diceva sopra. La conclusiva Handful Of Ashes, coi suoi 13 e passa minuti di deliqui in overdrive, provoca un vero e proprio stordimento che, seppur nulla aggiunga a chi certi suoni ha avuto nelle orecchie per decenni, di sicuro rappresenta al meglio le volontà del maestro Lawrie, ovvero l’intenzione di creare sempre “a listening experience reaching beyond the realm of natural vision”. Il tutto si risolve smontando le strutture che sottostavano all’impalcatura sonora fino al disco precedente e rendendo il tutto evanescente, volatile, rigagnolo di feedback dalle potenzialità oniriche e ipnotiche notevolissime. In perenne movimento (e)statico, dunque.
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