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7.1

Ci sono dischi che uno ascolta e sente emergere delle semplici valutazioni, a partire da quella base – mi piace, non mi piace. Ci sono altri dischi che, però, non dico che prescindono da questo livello, ma rendono possibile un discorso diverso. Uno scorre le tracce e si ritrova estraniato a fare pensieri che abbracciano fette intere di storia del rock – non necessariamente perché le canzoni in questione stiano cambiando quella storia, anzi, al contrario, perché ci riportano dentro all’altro ieri trascinando nell’elucubrazione anche esperimenti di recupero più recenti.

Directions To See A Ghost dei Black Angels fa parte di questa schiera di album (così come, in maniera appena inferiore, faceva il precedente Passover), che potremmo chiamare “connotativi”; e ha portato, come vedremo prossimamente, noi di SA a ragionare un po’ più a fondo.

Un conto è cioè sentire, in un rock prodotto nell’oggi ma ancorato a inequivocabile tradizione, echi sabbathiani, il solito serpentone strisciante morrisoniano, la psichedelia del Barrett floydiano. Altra cosa è riprendere – nella copertina, nell’estetica, nelle scelte musicali – gli Spacemen 3, o seguire – a partire dal logo e dell’adesione al Committee to Keep Music Evil – la parabola di Anton Newcombe e dei suoi Brian Jonestown Massacre. Il risultato è – a titolo d’esempio – la musica di Mission District, con quel finale che gioca con le scale, maggiori e minori, con gli accordi, come forma musicale del dubbio argomentativo – del tipo “finiamo con un accordo maggiore o minore?”.
Sulla stessa linea 18 Years fa sua la filosofia dei Dadamah (specie per la tastiera anni ‘60 in sordina), ma ovviamente è come essere figli dello stesso padre, l’ovvio velluto sottoterra. E, a confermare la fratellanza con la scena australiana, ecco il raga di Deer-Ree-Shee – o quello di Never/Ever, che inizialmente sembra una sinergia tra Daniel Higgs e John Cale, ma poi diventa – e non ci sorprende – un resumè psichedelico che contempla la tecnica dei primi Pink Floyd.

Abbiamo capito il meccanismo, e, giocando sul quasi-passato, incrociamo persino gli Interpol (You On The Run), nella voce, nella produzione d’effetto, nella grandiosità, nell’aura di melodrammatica e impostata seriosità. L’essere passatisti dei Black Angels è insomma la punta di un iceberg, come si suol dire, e noi, in questi casi, siamo soliti indagare.

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