Recensioni

Basterebbe iniziare dalla fine di questo disco per comprendere quanto avere nelle corde un certo tipo di suono sia più importante del trascorrere degli anni, dell’essere più o meno sulla cresta dell’onda, del girare o meno in tour, del fare pubblico o fare il deserto, del vendere dischi o darseli sui denti. I 15 minuti di The Living Things si reggono tutti su quel giro di basso circolare ed eterno, quelle chitarre che fanno feedback il giusto e quella malinconica spavalderia da “ammiratori di punte di scarpe” che da sempre si ricerca nei gruppi che ruotano attorno a questa nebulosa galassia.
I Telescopes sono in giro da più di un quarto di secolo con alterne fortune, tra passaggi a vuoto e assunzione al ruolo di ispiratori (da Warlocks a White Hills, passando per Black Rebel Motorcycle Club), ma hanno da sempre mantenuto un certo rigore compositivo che li pone al guado tra il selvaggio abuso dei livelli degli amplificatori – tra distorsioni e feedback che sono lame auricolari – e una componente sognante, onirica, ossessivamente dreamy e spesso violentemente trascendente che poteva e può accontentare molti ascoltatori. Specie se, come nel caso di questo Hidden Fields, viene piegata ad una specie di malinconica weltanschauung ossessivamente circolare dal punto di vista strumentale e reiterata da quello della composizione, tanto quanto lo è nella vita di gente che gira il mondo da trent’anni su furgoni scassati e contro ogni avversità per suonare di fronte anche a poche decine di astanti.
La dichiarazione d’appartenenza dell’iniziale You Know The Way, il marziale stratificarsi di chitarre di Don’t Bring Me Round, lo sfaldamento ambientale unito al salmodiare quasi ascetico di Stephen Lawrie in Absence, la codeinica e insieme dolcissima In Every Sense non sono che altre perle in questo rosario di ossessioni di un gruppo che tira dritto per la sua rumorosa strada.
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