Recensioni

7.4

Due notizie, una buona ed una cattiva. Cominciamo con la seconda: anche in questo loro undicesimo album, i Teenage Fanclub esibiscono una delle consuete copertine brutte, disegnata per l’occasione dal nuovo membro Euros Childs, già conosciuto con i Gorky’s Zygotic Mynci ed in questo caso tastierista e vocalist d’eccezione, come lo stesso membro fondatore Raymond McGinley ci ha raccontato. E cosi sappiamo a chi dare la colpa per questo scempio del senso estetico.

Ci sarebbe anche un altra notizia cattiva ma ormai, se state leggendo questa recensione, dovreste gia saperlo: l’improvviso abbandono del bassista, vocalist e songwriter Gerry Love – avvenuto nel 2018 dopo la ripubblicazione dei classici Bandwagonesque, Thirteen, Grand Prix, Songs from Northern Britain, Howdy! ed un trionfale tour che l’ha accompagnata – ha privato la triade compositiva del gruppo di un punto di congiunzione tra la robusta e calorosa estroversione di Norman Blake e l’introspezione del piu riflessivo Raymond, piu sottile nel tracciare i suoi quadretti esistenziali. Un abbandono quello di Love motivato da un insofferenza sempre più accentuata per la vita da “touring band” o, a quanto pare, da una patologica e paralizzante paura di volare, usata come metafora già tanti anni fa nel testo di Fear of Flyng. Ironia della sorte, gli eventi dell’ultimo anno e mezzo hanno impedito a tutti i musicisti di girare il mondo, eliminando almeno temporaneamente alla radice il problema. Chi l’avrebbe mai detto.

La buona notizia: nonostante questa defezione, Endless Arcade è un disco da promuovere a pieni voti, generoso come è nella loro tradizione. Più precisamente, è ritorno in tono minore, ma solo dal punto di vista dei sentimenti, non certo da quello della qualità delle canzoni che racchiude. Infatti già dai primi ascolti si può notare come la generale leggerezza ed una sensibilità pop innata, quelle che stemperavano anche i testi piu malinconici delle loro più recenti uscite, hanno lasciato il posto ad un incertezza ed un’inquietudine che scavano più in profondità. Meno certezze e molte più domande alle quali non sembra sia possibile trovare una risposta convincente. «I spoke to nothing and nothing replied», come McGinley canta nella title-track.

Un senso di inquietudine che traspare dall’urgente elettricità generale, dagli spigolosi cambi di accordi della title track e di Warm Embrace, dal dialogo esplorativo – quasi a sottolineare il senso di smarrimento espresso nel testo – tra le due chitarre soliste dell’iniziale Home. Si avverte anche tanta nostalgia in canzoni come In Our Dreams, dove McGinley canta «We lived the dream but we never knew», guardando nello specchietto retrovisore una carriera trentennale a cui lui stesso stenta a credere. È in atto un lento staccarsi da un certo passato, una presa di coscienza ora più che mai impossibile da rimandare – o ignorare – dell’inesorabilità del tempo che passa e dei fallimenti che questo porta inevitabilmente con sè, delle incognite.

In un certo senso, ascoltando Endless Arcade si scoprono due dischi in uno, e contemporaneamente si viene invitati a fare da testimoni a un dialogo telepatico tra Norman e Raymond. Il primo impegnato nell’elaborazione di radicali cambiamenti nella propria vita privata, il secondo premuroso nel tentativo di consolarlo, di cercare un senso. Su un idea ritmica in 3/4 – la stessa che era servita da ispirazione, tanti anni fa, a Richard Thompson nella scrittura di una frase come «Il valzer è per sognatori e perdenti in amore» – Blake ha composto uno degli episodi migliori dell’album, The Sun Won’t Shine On Me, dolce e quietamente dolente. Tutte le certezze sono venute a mancare, come se ti avessero tolto un tappeto da sotto i piedi, lamenta in un altro testo il musicista. Risponde Mc Ginley: «Don’t be afraid of the truth you dismayed / Of the dreams you delayed, of the price that you paid / Of the love you displayed, of this endless arcade that is life».

In questa conversazione – che merita molteplici ed attenti ascolti per essere compresa ed apprezzata appieno – in questo sostenersi a vicenda alla ricerca di un senso, e nell’ostinazione a non arrendersi, nel trovare la forza per andare avanti, costi quello che costi, sta la calda, umana e toccante bellezza di questo album, che mostra un lato crepuscolare della loro musica finora solo superficialmente toccato, e non ancora completamente esplorato.

Ebbene sì, anche i Teenage Fanclub, eternamente giovani anche nel nome, stanno invecchiando (come tutti noi del resto), ma lo stanno facendo con grande grazia.

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