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Non so se ci avete fatto caso. Tanto più si allunga il lasso di tempo che ci separa da quell’annata formidabile per la discografia mondiale che fu il 1991, quanto di più ci si accorge dell’importanza che molti degli album pubblicati a distanza ravvicinata in quei dodici mesi hanno avuto, e nel grande schema delle cose, hanno ancora oggi. Non serve averlo vissuto in prima persona quel fatidico anno per sapere che in un lasso di tempo relativamente breve band come Pearl Jam, Soundgarden, Metallica, Red Hot Chili Peppers, My Bloody Valentine, Dinosaur Jr., Nirvana, R.E.M., Slint, Talk Talk, U2, Pixies, Primal Scream – per citare solo alcuni dei nomi più conosciuti e più o meno legati al genere rock perché altrimenti, si noti bene, la lista si allungherebbe di molto – hanno calato alcuni dei loro più imbattibili assi.

Tra questi, Bandwagonesque degli scozzesi Teenage Fanclub non spicca forse per la grandezza del pur rispettabile successo commerciale ottenuto o per la popolarità del gruppo stesso – schiacciato come si trova tra tutti quei pesi massimi, e nonostante (per contro) il disco sia tenuto in altissima considerazione ed in maniera quasi unanime dalle critica, allora come oggi. Eppure è uno di quegli album di cosiddetto “alternative rock” che, nonostante gli anni, hanno mantenuto al meglio tutta la loro originaria freschezza. In questo caso, grazie anche al fatto che le qualità sulle quali la band ha costruito una carriera discografica invidiabile e fruttuosa erano già presenti in fulminante ed irresistibile sintesi.

19 novembre 1991, per essere precisi, la data della sua pubblicazione, terzo della discografia del gruppo, dopo l’acerbo A Catholic Education e, prendere o lasciare, The King – raccolta caotica che include rumorosi strumentali e bizzarre cover version, il tutto registrato nei ritagli di tempo in studio ufficialmente impiegato per il prioritario Bandwagonesque, destinato alla pubblicazione con prestigioso marchio Creation Records – che nello stesso anno, ricordiamolo, metteva sul mercato anche Screamadelica e Loveless. Da esso estratti tre singoli Starsign, What You Do To Me e The Concept, entrati consecutivamente di diritto nelle classifiche di “modern rock” di Billboard dell’epoca. Particolarità che viene spesso rimarcata quando ci si trova a parlare o a scrivere dei Teenage Fanclub, il prestigioso appoggio ricevuto dall’influente testata americana Spin, che lo dichiarò a sorpresa “album dell’anno” davanti allo stesso Nevermind, il favorito del momento che invece – al contrario – fece piazza pulita nelle classifiche di fine anno stilate dalla stampa britannica. E fu lo stesso Kurt Cobain che da subito ne apprezzò le qualità prendendo molto sportivamente gli scozzesi sotto la propria influente ala protettiva.

Fortemente influenzata dalla scena musicale statunitense con Dinosaur Jr, Sonic Youth ed il giro Sub Pop in prima fila, la band aveva comunque sviluppato di suo una forte ed autonoma personalità nascosta dietro una facciata apparentemente goffa e casualmente poco professionale, in linea con l’attitudine “slacker” di quella scena, da “simpatici cazzoni” per dirla in parole povere. Ad aiutarli a trovare la “propria voce” (nel vero senso della parola) decisivo l’aiuto del produttore Don Fleming. Chiamato al banco di regia delle session di Bandwagonesque, lo statunitense – scelto in quel ruolo sulla base delle sue collaborazioni e frequentazioni con i nomi più importanti dell’indie-rock del tempo – sentendo cantare il trio Norman Blake, Gerard Love e Raymond McGinley si accorse del loro potenziale, sommerso fino a quel momento dietro ad un muro di chitarre distorte e feedback e li incoraggiò a provare con più convinzione delle armonie vocali. Quelle che all’uscita dell’album li videro subito accostati a band quali Beatles, Byrds, Beach Boys e Big Star.

Ma il precetto al quale i Teenage Fanclub sono rimasti fedeli da allora e che ha contraddistinto la loro musica è che, al centro di tutto, regna sovrana la scrittura della forma-canzone vera e propria, come nella più collaudata tradizione pop, dai 60s in poi. La creazione di quella magia inspiegabile resa misteriosamente possibile attraverso un riuscito cambio d’accordi, la tensione emotiva messa in moto dallo svolgersi di una sequenza armonica, l’arco narrativo disegnato da una melodia che entrando in simbiosi con il testo, dà vita ad un tutt’uno indivisibile ed evocativo. Fedele a questi dettami, da li in avanti il trio andrà a dividersi democraticamente parti vocali e composizione. Senza mai prendersi troppo su serio, ma prendendo tremendamente sul serio l’arte del comporre buone canzoni. E che canzoni contiene questo disco.

I testi esprimono bene l’ingenuità giovanilistica che animava la band ai suoi inizi e completano bene la gioia di vivere che melodie trasmettono. Dall’iniziale The Concept, con la frase iniziale «She wears denim wherever she goes. Says she’s gonna get some records by the Status Quo» immortalata tra l’altro in una scena di Young Adult (accennata casualmente da Charlize Theron che la fa girare in versione musicassetta) e con il riferimento, pure ritmico/ chitarristico oltre che testuale, alla band britannica degli Status Quo, appunto. Oppure Star Sign, che ruba furbescamente un paio di ganci melodici dal canzoniere di Art Garfunkel, diventando nel frattempo uno dei più riusciti inni shoegaze mai scritti da una band di fatto non legata a quella scena. O ancora, l’altro singolo What You Do To Me, solare, contagiosamente beatlesiano.

Ma tutti i brani sono degni di nota, senza esclusioni, cosa davvero rara. Pet Rock e Metal Baby, con i loro riff strafottenti. December con i suoi arpeggi di chitarra ed il sapore dolce-amaro, o il languore e l’incertezza amorosa espressi in Alcoholiday, la devozione e la tenerezza dell’acustica Guiding Star, e per finire la strumentale Is This Music?. Trionfale con le chitarre a duellare in un incrocio di melodie celtiche che si innalzano a spirale, euforizzanti, esaltanti. Degna conclusione di un disco che, malgrado se stesso (ed a modo suo), è passato agli annali. I Fannies, di sicuro, non se lo sarebbero mai aspettato. Piace pensare che band come gli Oasis e tante altre affermatesi durante l’era d’oro del Brit Pop, senza questo disco, non sarebbero mai esistite.

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