Recensioni

In un mondo più giusto l'hype riservato, magari dopo appena un singolo o un EP, a certe mezze calzette della scena britannica dovrebbe invece essere riservato alle uscite discografiche di Norman Blake, Gerald Love e Raymond McGinley, le tre firme delle gemme power pop che da un ventennio vengono dispensate sotto la sigla Teenage Fanclub. Dopo un singolo (Baby Lee) messo in circolazione già qualche tempo fa attraverso il loro sito ufficiale, i tre tornano con un disco che conferma la loro solidità compositiva, le loro capacità melodiche fuori dal mondo e la freschezza dei loro arrangiamenti per farci tornare tutti sedicenni.
I detrattori obietteranno che non c'è nulla di diverso dal solito disco Teenage Fanclub (eccezion fatta, forse, per una concessione pianistica in Dark Clouds, in un contesto altrimenti dominato come sempre dalle chitarre), che la formula è sempre la stessa e che i grandi dischi sono stati Bandwagonesque, Grand Prix e Songs From Northern Britain. Certo, qui siamo un gradino sotto, ma quante altre band riescono a suscitare lo stesso sentimento bittersweet dell'iniziale Sometime I Don't Need To Believe In Anything, come viaggiare sulla metropolitana del destino, cuffie calate nelle orecchie mentre il sole tramonta e gli archi che sorreggono il ritornello spargono tutt'intorno l'odore dell'oceano? E quell'organo che suona in lontananza in Shock and Awe non è il tocco di classe a una canzone pop perfetta (anche qui sorretta da violini delicati e bellissimi)? E non vi viene voglia di tornare brufolosi solo per poter dedicare a qualcuno When I Still Have Thee, con i suoi raggi di sole che si insinuano tra le tende della cameretta (“It's a minor song/ in a major key/ but the stars still shine/ and you see'em spin/ no I don't need much/ when I still have thee”)?
Poche volte come in Shadows è sembrato evidente che il pop dei Beatles e di Ray Davies e la gioie musicali della costa californiana dei Beach Boys e di Van Dike Parks si possono fondere in un unico atto estetico definitivo rappresentato dallo spleen adolescenziale. E che lo amettiamo o meno, a sedici come a sessant'anni, è quel tipo di emozione che ci fa mancare un battito al cuore.
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