Recensioni

6.8

Con la raccolta del 2003 Four Thousand Seven Hundred And Sixty Six Seconds era parso che i Teenage Fanclub avessero chiuso le porte della loro creatività con una doppia mandata, e un po’ dispiaceva l’idea di doverne fare a meno. Stando però ai fatti, la retrospettiva (che sancisce la fine del contratto con la Sony) non è tanto uno sconsolato sguardo sul passato, quanto un volgersi verso il futuro. E il futuro è il nuovo Man–Made. Registrato per la prima volta fuori del Regno Unito, e precisamente a Chicago, l’album sembra risentire non solo del cambiamento climatico (dovuto ai due diversi periodi delle session, una in febbraio, l’altra in estate), ma anche del cambiamento geografico. La componente viaggio li ha portati a non pianificare nè dove nè come lavorare, immergendosi del tutto nell’atmosfera rilassata ed egualitaria che da sempre caratterizza la scena musicale della città del vento (basti sapere che in mancanza di una chitarra acustica, ne hanno chiesta una prestito a Jeff Tweedy).

Piccoli particolari che chiariscono una rinnovata e salutare vitatlità. Era dai tempi di Grand Prix (1995), infatti, che non si ascoltavano melodie tanto solari e contagiose, come il drumming rigoroso e cadenzato di It’s All In My Mind o la freschezza tutta chitarre di Slow Fade. La migliore tradizione sixties e seventies con il tocco lieve che i Fannies hanno sempre dimostrato di avere nei loro sedici anni di attività, germoglia in tutto il suo splendore in Fallen Leaves. D’altronde non hanno mai nascosto le loro più dirette influenze, a partire dai Byrds per finire ai Beatles. E perchè farlo se il risultato è un’accattivante e seducente Save? Apparentemente inquieta e blanda nel suo andamento, rivela un ritornello tutto gioia & vita, sostenuto da una romantica sezione d’archi. Tastiere morbide, intrecci vocali perfettamente in sincrono, liriche che inneggiano all’amore: queste le perle messe in fila nelle dodici tracce, di cui una, la più preziosa – Cells – è un pop folk fragrante che non fa rimpiangere una I Gotta Know dei bei tempi che furono. Che la schiettezza e la naturalezza del sound sia merito anche della produzione McEntire (Tortoise) è indubbio (la scoppiettante rigogliosità di Born Under A Good Sign è tutta da gustare). Allo stesso tempo è chiaro che la separazione dalla Sony e la conquistata indipendenza artistica (l’album è pubblicato dalla loro neonata PeMa), abbiano giocato un ruolo fondamentale, soprattutto in termini di libertà.

Salutiamo quindi con favore Man–Made e il ritorno dei Teenage Fanclub, che riescono ancora una volta a soffiare via un po’ di polvere e a togliersi qualche anno dalle spalle. Come siano in grado di farlo, rimane un mistero e, sinceramente, preferiamo non scoprirlo mai.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette