Recensioni

TOP
8

Ci sono band, come si dice in gergo, che sono “diesel”: i primi passi fatti con precauzione servono di riscaldamento, poi prendono velocità lentamente e in un crescendo inarrestabile non le ferma più nessuno. All’altro lato si trovano quelle dall’accelerata immediata. Sgommano. Bruciano la pista. I solchi. Il problema giunge dopo, al secondo disco; tantissime band hanno una flessione, artistica o di vendite, oppure entrambe le cose. I Tears For Fears sono l’eccezione che conferma la regola. The Hurting, il disco di esordio pubblicato ai margini della primavera del 1983, è una partenza a razzo; ha sorpreso e conquistato il pubblico così come una buona fetta della critica. Un centauro che fonde sonorità sintetiche e acustiche con sensibilità elettro-pop dai toni chiaro-scuri, grazie a brani come Pale Shelter, Mad World, Change, punte di diamante dell’album, Roland Orzabal e Curt Smith scalano classifiche e gerarchie della più recente leva musicale britannica che ha raccolto l’eredità della new wave.

Nella prima metà degli anni ’80 l’industria musicale è in fermento, le bollicine prodotte dal synth-pop consumato come lo spritz di fine giornata danno alla testa e procurano gioia, la produzione digitale è il nuovo big deal, MTV ruggisce catodicamente dettando l’estetica visiva/sonora e plasmando i gusti. Una vitalità che risulta come reazione spontanea, musicisti come anticorpi, alle tensioni politiche e sociali che scuotono il Regno Unito morso alle caviglie dal governo Thatcher. I Tears For Fears partono da lì, sbattendo i piedi in quella pozzanghera d’acqua chiara mista a fanghiglia dove tanti pari fanno lo stesso gioco producendo schizzi di diversa intensità, ma ben presto si stancano.

Trascorrono due anni ma sembrano passati due lustri. Benché sulla copertina appaiano come una coppia di ragazzini – Orzabal più di Smith –, una foto in bianco e nero nella quale ostentano sfacciata sicumera, e l’anagrafe dice che sono due ragazzini, i titolari di una delle sigle più ansiogene del rock dimostrano col secondo disco che la maturità non si raggiunge per linea retta. Che ci sono strade alternative, scorciatoie, forse curvature spazio-temporali che ai più sfuggono o sono interdette.
Il nuovo materiale prende forma a partire dal 1984 con l’intenzione di assemblare, come affermerà Curt Smith, un disco più aperto e luminoso: “In The Hurting eravamo molto introversi; era un album molto cupo. In The Big Chair abbiamo sentito il bisogno di essere più estroversi”. Sono potenziate le chitarre elettriche, l’uso della batteria acustica, pianoforte e sassofono acquisiscono maggiore spazio, le coriste arrotondano le melodie: tutti elementi che contribuiscono a spostare l’asse dal synth-pop verso una definizione del suono di più ampio raggio.

Ma si tratta di un cavallo di Troia pop. Sotto la patina dorata, accecante, di Shout, Everybody Wants to Rule The World e Head Over Heels, singoli che stordiscono al primo incontro, contagiosamente coinvolgenti ma allo stesso tempo ingegnose lezioni su come si cesellino brani pop eterni (elevando Orzabal e Smith al livello delle coppie di autori da Olimpo: Lennon–McCartney, Godley–Creme, John–Taupin, King–Goffin e via di seguito), dietro questi accecanti capolavori (sì, capolavori) scagliati come folgori gioviane, c’è un mondo sommerso di suoni conturbanti e argomenti lunatici, materia scorbutica e così poco pop, tanto meno single-oriented, che se non ne fa “un album molto cupo” rende Songs From The Big Chair tutt’altro che una raccolta di canzoni dalla facile lettura.

L’angoscioso lirismo di The Working Hour – impreziosita dal magnifico lavoro al sax di Mel Collins e Will Gregory – accorata sintesi sull’alienazione indotta dal lavoro e sulla manipolazione guidata da chi gestisce il potere; la tesa Mothers Talk – primo singolo molto Art Of Noise – ispirata in parte dalla graphic novel When The Wind Blows di Raymond Briggs sul pericolo nucleare; l’eterea rassegnazione che aleggia su I Believe dedicata da Orzabal a Robert Wyatt (sul retro del singolo troverà posto la cover di Sea Song, tratta da Rock Bottom, dell’ex batterista e vocalist dei Soft Machine); la furiosa concisione di Broken e l’opposta onirica estensione della criptica Listen che chiude il disco, sono le arterie che ricevono sangue dal cuore-manifesto dal battito pop malato, o meglio dotato, di aritmia sonora: la disfunzione che scombussola la linearità di un corpo pop sano rendendolo “altro”. Le già citate Shout che assurge a inno liberatorio – Orzabal e Smith hanno dichiarato di credere nella primal therapy dello psicologo americano Arthur Janov, trattamento che spinge le persone a superare le paure attraverso urla e grida; Everybody Wants to Rule The World, musicalmente uno straordinario moltiplicatore di serotonina ma liricalmente “riguarda il desiderio di potere che genera guerra e miseria” ha detto Smith; Head Over Heels che al contrario canta una infelice storia d’amore non corrisposta per cinque minuti di estasi sonora a tutto tondo, dalla melodia all’armonia passando per l’arrangiamento (e videoclip altrettanto acuto e ludico allo stesso tempo, uno dei più belli del periodo), sono i tre ventricoli di un muscolo cardiaco mutante e sovradimensionato.

Neppure i campioni mondani di Songs From The Big Chair, dunque, sono così frivoli; né risultano avulsi dalla complessità di un congegno nell’insieme compatto e alla fine dei conti rigoroso. La terapia del grido primario sul secondo album si è evoluta: dal trauma interiore del singolo individuo al disagio esistenziale collettivo filtrato – lungo l’intero corso dell’album – attraverso metafore sul potere, la repressione, la fuga.

Qualcuno ha parlato di prog rock. Una ipotesi non del tutto peregrina: Broken per lunghi tratti strumentale e graffiata da una incandescente solo di chitarra di Neil Taylor, il dilatato respiro di Listen che shakera disparate influenze – dalla sincopata limpidezza di Wyatt all’elettronica umbratile del John Foxx di The Garden –, la circolarità del concept azzardata da Broken/Head Over Heels/Broken (Live), la presenza di Mel Collins (compare anche su The Hurting, vero) sorta di Casanova del prog: ha flirtato con più band del genere lui di quante sono le amanti collezionate dal leggendario avventuriero veneziano, sono i tre + 1 indizi che fanno una prova. Comunque la si veda, Songs From The Big Chair è un disco larger than pop.

Sospinto dal potente vento generato da ben sei singoli, nessuno dei quali fallisce, Songs From The Big Chair salpa per una crociera attorno al mondo solcando un mare di dischi d’oro che tramutano velocemente in platino. Una marcia trionfale indimenticata e indimenticabile, dato che allo scadere di ogni decennio dall’uscita l’industria ristampa il disco in un nuovo box set con aggiunte più o meno corpose, cosa che accade anche nel 2025.

Ho affermato che dal momento della realizzazione del loro disco di maggiore successo il duo Orzabal–Smith si può considerare di diritto parte della sparuta pattuglia delle più grandi accoppiate di autori del pop-rock. Ma si tratta di una affermazione di comodo, di un accenno per arrivare – ora – alla dovuta puntualizzazione. La realtà dice che Curt Smith viene accreditato del 50% della scrittura di Head Over Heels e le note vergate di suo pugno sul pentagramma si esauriscono lì. Il vero motore della band è Orzabal, che firma tutti i brani, con un buon contributo dato dal tastierista Ian Stanley (co-firma tutta la prima facciata), dal produttore Chris Hughes e dal batterista Manny Elias (un titolo a testa).

Non è però questa differenza di “peso” a costituire la miccia che porterà alla scissione e Orzabal a proseguire come unico intestatario dei Tears For Fears, fino alla reunion (in privato) del 2000. Ma questa è un’altra storia. Per ora basti notare come ci sono coppie che funzionano anche quando la bilancia pende da una parte. Dunque Orzabal e Smith, indipendentemente dalla percentuale del singolo contributo creativo, al netto dei calcoli matematici, detto senza tentennamenti, è una delle coppie di autori più importanti della musica rock.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette