Recensioni

Dopo l’orda di brutalizzatori di strumenti, un modo decisamente macho di fare con microfono, basso, chitarra e batteria in prevalenza, all’inizio degli anni ’80 compare una genia di musicisti che non solo riscopre le tastiere, ma ne fa un totem. Quelle stesse tastiere che fino a pochi anni prima, a circondare come inespugnabili fortezze prodigiosi funamboli che parevano avere braccia e mani quanto la dea Kali, erano il simbolo distintivo del Prog rock.
A Yazoo, Howard Jones, Depeche Mode, Ultravox, Gary Numan, Paul Hardcastle, Human League, Orchestral Manoeuvres In The Dark, Pet Shop Boys, Soft Cell, Heaven 17, A Flock Of Seagull, New Musik, New Order e molti altri, gli alfieri della nuova corrente, il synth pop, ne basta invece una sola, giustappunto un sintetizzatore piccolo e versatile; spesso un solo dito per muoversi tra tasti bianchi e neri senza troppa angustia. Perché non sanno fare di più; perché non ne hanno bisogno: sopperiscono alle mancate doti tecniche con gusto per la melodia semplice, affidandosi a una drum machine pronta a colmare un vuoto se necessario; con l’aiuto di un cantante e qualche altro compagno di avventure se il contratto discografico è a nome di una band.
Alla corsa dei synth popper si iscrivono anche i Tears For Fears, all’anagrafe Roland Orzabal e Curt Smith, provenienti da Bath. Amici dall’adolescenza, i due ci avevano provato con i Graduate, band di mod revival autrice di un solo disco, Acting My Age del 1980; poi con i Neon che non lasciano tracce, e solo a questo punto si convertono al suono elettronico che sta assediando le classifiche. L’intenzione è di fungere da nucleo e avvalersi dell’aiuto di comprimari per i ruoli di contorno.
È così che dopo avere firmato per la Mercury records i Tears For Fears pubblicano Suffer The Children, singolo di esordio prodotto da David Lord (stretto collaboratore e produttore di Peter Gabriel), e in seconda battuta una prima versione di Pale Shelter, entrambi buchi nell’acqua. Perché pubblico e addetti ai lavori si accorgano del duo bisogna attendere l’uscita di Mad World, che pubblicato alla fine di settembre 1982, in un paio di mesi, raggiunge il n° 3 della UK Singles Chart: la pietra su cui costruire The Hurting.
Come detto i Tears For Fears si fanno trasportare dalla corrente del trend musicale più in voga in quei giorni, ma è una questione di momentaneo opportunismo: del sottoinsieme del synth pop non fanno veramente parte, si tratta di sostare al suo interno in attesa di salire di categoria e passare all’insieme più grande e importante. Il Pop. Quello di rango. Quello che solo stupidi snobisti possono ritenere inferiore a Rock o Jazz, quando in realtà si tratta di musica che si esprime con altro gergo, musica grande o piccola dipende dagli interpreti.
Il synth pop di The Hurting è una componente del disco, non la matrice unitaria. Il fatto che l’opera prima dei Tears For Fears sia un disco “sofferente”, a tratti spigoloso, che la joie de vivre che accomuna la gran parte delle canzoni che occupano il n° 1 delle chart UK per tutto il 1982 e il 1983 – Oh Julie (Shakin’ Stevens), The Model (Kraftwerk), Town Called Malice (The Jam), The Lion Sleeps Tonight (Tight Fit), Seven Tears (Goombay Dance Band), My Camera Never Lies (Bucks Fizz), Ebony And Ivory (Paul McCartney e Stevie Wonder), House Of Fun (Madness), Goody Two Shoes (Adam Ant), Happy Talk (Captain Sensible), Fame (Irene Cara), Come On Eileen (Dexys Midnight Runner), Eye Of The Tiger (Survivor), I Don’t Wanna Dance (Eddy Grant), You Can’t Hurry Love (Phil Collins), Down Under (Men At Work), Too Shy (Kajagoogoo), Billie Jean (Michael Jackson) – latiti, Pale Shelter lanciato verso la Top 10 compresa, che sia un disco “problematico” come il ragazzino in copertina, è indicativo dell’alterità di Orzabal e Smith rispetto alla scena nella quale sono inseriti con poco acume dalla critica e molta furbizia della discografia.
In verità il disco mette in guardia sulle sue reali intenzioni sin dall’artwork. Su uno sfondo senza punti di riferimento (potrebbe essere una cella, così come una stanza dalle pareti imbottite per malati psichiatrici), un bambino raggomitolato in un angolo tiene la faccia tra le mani, simbolicamente schiacciato al suolo dal titolo del disco: e per la posizione delle parole e per il loro significato (The Hurting: la ferita/il dolore).
The Hurting è anche il titolo della prima canzone, che insiste sulle parole hurt/pain/sorrow/horrific, insinuando, tra le traslucide evidenze synth pop, nevrotici tic sonori dal sapore degli sghembi distillati di Peter, loro concittadino, “mad scientist” Gabriel (III/IV). È un avvertimento: il percorso non sarà fluido e giocoso come qualcuno vi ha raccontato, sembrano dire Orzabal e Smith.
Nel fatto che la opprimente Ideas And Opiates sia ispirata dalle teorie dello psicologo e psicoterapeuta americano Arthur Janov – autore del libro The Primal Scream, che dovrebbe suggerire qualcosa a molti rock fan –, e lo stesso faccia la oltremodo inquietante The Prisoner – Prisoners Of Pain è il testo di Janov al quale si aggrappa Orzabal per venire a capo delle sue turbe infantili – ha fatto gridare in molti al concept album. Un azzardo in verità effuso a posteriori, sull’onda di quanto fatto in seguito dalla band, dato che marchiare a quel modo un duo synth pop sarebbe valso come offrire la mela avvelenata a Biancaneve: perfino i Marillion, puro Prog rock, esordienti con Script For A Jesters Tears una settimana dopo la pubblicazione di The Hurting, non avrebbero speso l’asso del concept prima del terzo disco.
Di certo Memories Fade (“Sarò il tuo giocattolo / Sperando che giocherai / Senza speranza il mio corpo inizia a cedere / I ricordi svaniscono ma le cicatrici permangono / (…) / Amerò mai di nuovo? / (…) / Non riesco a crescere / (…) / Non sento la mia età”), Watch Me Bleed (“Non riguarda né qui né ora / Guardami sanguinare / Sanguinare per sempre / (…) / Per uno così giovane mi sento così vecchio”), e la già citata Suffer The Children, uscita come singolo di esordio ma poi ri-registrata per The Hurting (“Dovresti andare a prenderlo quando non c’è nessuno in giro / E convincerlo / Parlagli / Perché in cuor suo sa che presto non tornerai a casa / E dipende da te”), tutte, mettono al centro delle loro indagini il lato oscuro della prima fase di vita, quella dove certi ragazzi dipendono da adulti che si rivelano genitori inadeguati, talvolta persino minacciose presenze in grado di minarne definitivamente lo stato psico-fisico.
E nonostante la trionfale scalata delle “happy chart” dei singoli, anche dietro il dibattersi da falena accecata dalla luce di Pale Shelter (“Non mi dai amore (mi hai dato un tenue riparo) / Non mi dai amore (mi dai mani fredde)”), nell’accogliente elettronica di Mad World (“Intorno a me ci sono volti familiari / (…) / Le loro lacrime riempiono i loro bicchieri / (…) / Nascondo la mia testa, voglio annegare il mio dolore / Nessun domani, nessun domani”), al cospetto della tagliente risolutezza di Change (“E qualcosa nella tua mente / È diventato un punto di vista / Ho perso la tua onestà / Hai perso la vita che c’è in te / (…) / È troppo tardi”), anche nelle canzoni che hanno fatto breccia nel grande pubblico non si può fare a meno di notare quella linea grigia, neppure troppo sottile, che accomuna quasi tutti i brani di The Hurting: i traumi del mondo fanciullesco/giovanile. Soggetto che se non costituisce un concept annunciato evidenzia comunque uno sfondo condiviso.
Il brano che si distacca dal corpus sonoro è Start Of The Breakdown, appoggiato in fondo al disco come sorta di rito di passaggio, di indizio su quello che sarà. La porta che si chiude sul synth pop, la finestra che si apre su orizzonti più ampi e sonoramente personali. Uno sguardo su Songs From The Big Chair i cui contorni si intuiscono già in lontananza.
Pubblicato il 7 marzo 1983 (20 anni dopo, a Natale, Mad World tornerà al numero 1 in UK nella versione di Michael Andrews e Gary Jules incisa per la colonna sonora di Donnie Darko), The Hurting è un esordio coi fiocchi. Ciononostante i Tears for Fears sono ancora un gruppo – Manny Elias (batteria) e Ian Stanley (tastiere) per quanto membri di facciata agli occhi del mondo sono considerati effettivi della band – che ha bisogno di consigli e istruzioni, dell’aiuto di un paio di buoni produttori come Chris Hughes, col quale si creerà l’eccellente rapporto che porterà alla realizzazione del secondo disco, e Ross Cullum, oltre che del colore aggiunto da navigati turnisti come Mel Collins al sax in particolare e Phil Palmer alla chitarra.
Ma Roland Orzabal e Curt Smith sono ragazzi svegli, musicisti intelligenti, maturano in fretta. Da allievi di rango bisognosi di imparare, nel giro di due anni si metteranno nella condizione di dettare, come canta il loro futuro hit mondiale, le regole del mondo (del pop).
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