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Nel corso di una lunga carriera non priva di momenti di buio, liti acrimoniose e tentativi di comeback da lasciare almeno in parte l’amaro in bocca, sotto molti aspetti i Tears For Fears sono stati una pop band anomala, negli anni Ottanta. Un concetto ribadito da Simon LeBon e John Taylor nel corso di una cena – “ai tempi nessuno sapeva bene come inquadrarvi”, e in effetti era proprio così. In un decennio bollato frettolosamente come fatuo i due erano cerebrali, pure troppo, e parlavano di Arthur Janov, di urlo primordiale, di complessità dei rapporti tra padri e figli. C’era chi si aspettava un duo con basi e tastiere, come gli OMD e i Soft Cell, quando invece erano il fulcro di una band (con Chris Hughes, Ian Stanley, Manny Elias, ma in seguito nei loro dischi si sono avvicendati anche Nicky Holland e il compianto Alan Griffiths, quest’ultimo negli album anni Novanta senza Curt Smith al basso e alla voce).

C’era chi guardando la copertina di Songs From the Big Chair pensava a Bookends di Simon & Garfunkel ma anche chi, più o meno scherzosamente, li definiva “gli Wham per le studentesse pensanti”. Eppure la loro musica ha sempre avuto più legami con il Peter Gabriel solista, l’autore di quella San Jacinto che trova spazio, quasi a mo’ di citazione, nell’introduzione di The Girl That I Call Home, che con i nomi citati. Ed è sempre stata molto “suonata”, ricca com’è di citazioni che vanno dai Beatles (Sowing the Seeds of Love cos’è se non un affettuoso omaggio ai Fab Four di I Am the Walrus?) agli amati XTC. Tuttavia, per avere un live ufficiale (non contano le due VHS del 1984 e del 1990, In My Mind’s Eye e Going to California, e neanche Secret World – Live in Paris che era un’iniziativa della casa discografica francese XII Bis, senza l’approvazione dei Tears For Fears) sono passati circa quarant’anni.

E Songs For a Nervous Planet esce e si impone come evento in un momento delicato e pieno di incertezze per la discografia: se un tempo l’album live era un passaggio importante e quasi obbligato, non importa quanto poi fosse ritoccato in fase di post-produzione, nell’era del fai-da-te con i concerti filmati con lo smartphone e delle playlist sulle piattaforme di streaming (ma un tempo c’era anche un mercato dei bootleg mica da ridere) è visto da molti come niente più che un souvenir. Qualcosa sta forse cambiando, visto che stanno spuntando dagli archivi performance di Crosby, Stills, Nash and Young, è uscito un live dei White Buffalo e sta per essere pubblicato Rome dei National, pur con una certa eccitazione da parte dei fan.

Songs For a Nervous Planet, che rievoca nel titolo un libro autobiografico di Matt Haig del 2018 (un’opera complessa in cui si denuncia come i social network ci stiano rendendo ansiosi, sempre più connessi ma al contempo sempre più soli), non si limita ad essere un greatest hits live pedissequo e prevedibile, ma si comporta come un compendio che mette in fila successi da sing-along e alcune gradite deep cuts, come Suffer the Children e l’esplosiva Badman’s Song che anche nella versione in studio è sempre stata un autentico tour de force. Con la scelta di ritornare a questioni psicologiche e sociologiche si torna in parte ai concept storici e non è un caso che siano i brani da The Hurting, Songs From the Big Chair e The Seeds of Love a fare la parte del leone nella setlist (più generosa nella versione su CD, con ventidue brani in tutto contro i sedici del doppio vinile).

Appena appena viene sfiorato Elemental, uno dei due album dei Tears For Fears senza Curt Smith, mentre non c’è traccia – come del resto nel tour che li ha visti arrivare anche in Italia nel 2019, durante il quale eseguirono giusto una cover di Creep dei Radiohead che risale a quel periodo – di Raoul and the Kings of Spain. In compenso c’è molto da The Tipping Point, con brani che funzionano pur non sbilanciandosi troppo in abbellimenti e riarrangiamenti. Da Everybody Loves a Happy Ending è recuperata la sola Secret World, asciugata dagli archi di Paul Buckmaster che impreziosivano l’originale ma intrecciata con Let ‘em In degli Wings di Paul McCartney (espediente che funziona e che è stato fatto proprio negli ultimi anni anche dai Deacon Blue, che inseriscono un frammento di Have You Seen Her dei Chi-Lites quando eseguono When Will You Make My Telephone Ring).

Prima ancora dell’album live è stato creato un sontuoso film-concerto proiettato in una selezione di cinema a livello mondiale il 24 e il 26 ottobre, basato sulle performance al FirstBank Amphiteater a Graystone Quarry (Franklin, nel Tennessee), a dimostrazione non solo del ritrovato affiatamento tra i due titolari dell’insegna TFF, ma anche di quanto sono rimasti nel cuore del loro pubblico grazie all’inserimento delle loro canzoni in film iconici come Donnie Darko e a cover come quelle di Gary Jules, Patti Smith e i Magdalena Bay. I Tears For Fears affermano di avere nuovo materiale, nel frattempo i quattro inediti sono pregevoli – in particolare Emily Said, che come The Girl That I Call Home è dedicata alla donna che Orzabal ha sposato e alla ritrovata felicità e serenità dopo la perdita di Caroline.

Songs For a Nervous Planet non è solo un’operazione nostalgia o un disco per soli fan, ma è capace di mettere d’accordo generazioni con un repertorio che, ancora oggi, ha fascino e ragion d’essere.

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