Recensioni

E pensare che quasi non ci speravamo più, tanta era l’attesa dai primi annunci, nell’uscita effettiva di un nuovo album dei Tears For Fears. Un campanello d’allarme per molti è stato il greatest hits Rule The World pubblicato nel 2017 con due brani inediti (uno dei quali, Stay, è stato recuperato come traccia di chiusura del nuovo album) e a cui è seguito un tour – che ha visto Roland Orzabal e Curt Smith anche in Italia – all’insegna della nostalgia; poi abbiamo assistito alle celebrazioni per i trent’anni di Songs From the Big Chair, siamo stati viziati dalla ristampa opulenta di The Seeds of Love nel 2020 ma con un nuovo mix di Steven Wilson che giaceva già da qualche anno negli archivi, abbiamo letto del licenziamento del precedente manager, del rimbalzo dalla Warner alla Universal (per poi finire alla Concord) e del susseguirsi frustrante di speed date con autori e produttori di nuovo conio (compresi i Bastille) che hanno portato a risultati così poco soddisfacenti che c’è mancato poco che Curt Smith facesse nuovamente le valigie.
The Tipping Point non era nato, in poche parole, sotto i migliori auspici. Nonostante il forte ritorno di interesse nei confronti dei classici della band grazie alla cover di Everybody Wants to Rule the World incisa da Lorde, a quella di Japanese Breakfast di Head Over Heels e al sample di Pale Shelter utilizzato da The Weeknd nella sua Secrets, era palpabile l’amarezza nei confronti di un management poco oculato; oltre a nuove tensioni tra le due anime dell’insegna, il colpo più duro è arrivato con la morte della prima moglie di Roland Orzabal, Caroline, segnata dalla cirrosi epatica e da demenza correlata all’alcol. È bastato tuttavia un cambio di passo e di collaboratori (pochi ma fidati, non una sfilata di featuring) per ritrovare quella spinta che negli anni ha fatto produrre al duo una serie di capolavori, ognuno con un carattere distinto. Non è stata fatta tabula rasa – cos’è d’altronde Break the Man se non una figlia di Woman in Chains, tanto per dimostrare che a distanza di trent’anni il tema del patriarcato è ancora attualissimo? – ma rispetto all’album precedente si respira un’aria più distesa e creativa. Ogni cosa è al posto giusto, senza l’urgenza di ripetersi a ogni costo (non ci sono copie carbone come Closest Thing to Heaven) e, questa sì una cosa davvero nuova, Roland Orzabal ha lasciato più spazio al suo compare sia nel canto sia nella stesura delle canzoni, permettendo un equilibrio che raramente è stato raggiunto nel passato e che ha portato Smith ad allontanarsi per tutti gli anni Novanta.
Le canzoni del nuovo album sono state scritte e prodotte con un un collaboratore storico di Curt Smith, Charlton Pettus, e da nomi come Florian Reutter (al lavoro con Christina Aguilera e gli A-ha) e Sacha Skarbek, autore, produttore e polistrumentista alla corte di Youssou n’ Dour e Neneh Cherry (suoi il violino e le tastiere in 7 Seconds), co-autore per Adele (Cold Shoulder), James Blunt e Miley Cyrus (Wrecking Ball). Non c’è un solo momento di stanca in un insieme coeso di canzoni con una produzione asciutta, senza sbrodolare, con quel giusto balance tra momenti meditabondi e cavalcate ritmiche e melodiche che hanno sempre contraddistinto il marchio di fabbrica TFF: l’elettronica non è scomparsa, ma è dosata con intelligenza e intervallata a pulsioni prog e momenti più ariosi e organici. Imprevedibile lo sviluppo di No Small Thing, che parte come un brano rubato dal canzoniere di Bob Dylan o Johnny Cash e si completa in un tripudio zeppeliniano, ma anche lo svolgimento di Long, Long, Long Time con i suoi cambi ritmici e un insieme di parti che, sulla carta, non darebbero alcuna garanzia di successo. Se My Demons richiama vagamente i Depeche Mode di The Dead of Night (possiamo perdonare Roland quando pensa che una frase come «my demons don’t get out that much» sia una buona idea), la successiva Rivers of Mercy mal cela una venerazione per il Peter Gabriel di So e si candida ad essere non solo lo zenith dell’album, ma uno dei loro brani migliori di sempre.
Ancora una volta, come in occasione del debutto, Roland Orzabal affida al collega la performance vocale di un brano particolarmente intenso e personale come Please Be Happy, influenzato dalla morte di Caroline, ma è pronto a riafferrare il microfono per raccontare in Master Plan il calvario degli incontri per un realizzare un disco infine quasi interamente scartato. Dedicato a chi ha grandi piani che però spesso non coincidono con i nostri, la canzone è l’unica a collegarsi direttamente al precedente Happy Ending, con la sua melodia beatlesiana. I Love You But I’m Lost, il singolo di lancio di Rule the World, non è stato riproposto, al contrario della (apparentemente) rilassata e atmosferica Stay, cronaca di una crisi nata nella mente di Curt Smith in un momento in cui tutto sembrava andare storto.
È una band che sa tanto incantare quanto mostrare i muscoli, quella che ritroviamo in The Tipping Point. Un disco che ha una propria identità, una propria ragion d’essere e suona come nessun altro lavoro precedente dei Tears For Fears pur mostrando con fierezza l’expertise dei due ex ragazzi di Bath nel confezionare musica in grado di raccontare, coinvolgere e far riflettere. Se qui non c’è una Shout, o una nuova Mad World, è perché quei brani esistono già. Vale la pena godersi questo nuovo capitolo della loro storia.
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