Recensioni

Chi ha amato dischi come Worst Case Scenario e In A Bar Under The Sea sa quanto il jazz sia sempre stata una passione in casa dEUS, anche dopo che Stef Kamil Carlens abbandonò la band (un’era geologica fa) e in plancia di comando rimase il solo Tom Barman, a quel punto libero di puntare dritta la prua del vascello battente bandiera belga verso territori più pop (e verso quel capolavoro che, nel 1999, sarebbe stato The Ideal Crash, recentemente celebrato dal gruppo con un tour per il ventennale che ha toccato anche l’Italia, prima a Milano e poi a Roma).
Ma è stato proprio il frontman della formazione di Anversa ad aver ripreso in mano quella vecchia e mai sopita passione per il jazz (si vedano anche le compilation da lui curate That’s Blue + Painters Talking, del 2006, e Living On Impulse, del 2012) che, in ogni caso, non ha mai mancato di fare capolino anche nella seconda vita della nave madre (dEUS: e scusate il calembeur in salsa portoghese), quella iniziata nel 2005 con Pocket Revolution e una lineup completamente stravolta. Una passione coltivata anche con un altro progetto – i TaxiWars, appunto – messo in piedi insieme al sassofonista Robin Verheyen, al bassista Nicolas Thys e al batterista Antoine Pierre, giunto adesso a questo terzo album che segna un’evoluzione dalla forma sperimentale e “cubista” del precedente Fever a una più melodica e masticabile, seppur dalle tinte noir. Il tutto, sempre nella concezione del marchio maturata da Barman per cercare in primis di evitare le etichette, prima fra tutte quella – infame – di mero side-project: «Volevo che i TaxiWars fossero affilati, diretti, crudi e un po’ punk. I lunghi assolo sono stati banditi», ha spiegato il cantante e compositore, che non ha comunque rinnegato classici del genere come Pharaoh Sanders, Archie Shepp e Charles Mingus, in particolar modo per la loro attitudine al ritmo, alla contaminazione e alla ricerca – indomita – di evitare i cliché.
E il tentativo di smarcarsi dalle gabbie concettuali ma allo stesso tempo non prendersi sul serio è andato perfettamente a segno con questo Artificial Horizon, un lavoro godibilissimo che trasuda passione, vitalità, creatività, leggerezza, desiderio, rispetto per la tradizione ma allo stesso tempo voglia di evadere, di ballare, di lasciarsi trasportare dal ritmo e dal divertimento, vera chiave di volta per agganciare il significato ultimo di un quartetto nato non come una costola dei dEUS o come “Barman che fa il crooner accompagnato da (bravissimi) turnisti”, ma come un ensemble in cui il valore del collettivo è più alto della somma delle singole individualità.
Si fatica a trovare un episodio minore in questo “orizzonte artificiale”, che anzi sorprende a ogni passaggio, dall’opening Drop Shot, che – dissonante e increspata – alterna momenti di calma apparente ad altri di puro impeto, a Sharp Practice che – schizoide e cooperativistica – fonde il jazz con influssi hip-hop anni ’80, fino a quella splendida ballad pianistica che è Irritated Love, passando per la sincopata e irresistibile Infinity Cove e quella Different Or Not che non sarebbe stata affatto male su Keep You Close o Following Sea. La chiusura, poi, affidata com’è al disturbato minimalismo di On Day Three, è da brividi.
L’abbiamo detto: archiviare un lavoro del genere alla voce progetto parallelo sarebbe ingiusto. Anzi, stia attento Barman a eccedere in ispirazione nelle proprie sortite extra-dEUS se non vorrà che proprio la sua quasi trentennale band diventi laterale rispetto a questa sua più recente creatura, oramai definitivamente sbocciata.
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