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7.4

Se c’è una cosa che Tamino sa fare, è evocare un mondo tra un paesaggio nella nebbia e una camera da letto illuminata da candele mezze consumate. Every Dawn’s a Mountain, il suo terzo album, non fa eccezione. Se il precedente, il bellissimo Sahar, aveva il fascino del passato ingiallito in patina cantautorale, qui siamo di fronte a un’opera più architettonica, cesellata con la precisione di chi ormai ha piena coscienza della propria estetica sonora.

Tamino continua a muoversi nel solco di Jeff Buckley, ma mentre molti ne ereditano il tremolio vocale senza comprenderne la disperata tensione esistenziale, il cantautore belga-egiziano riesce a rendere il suo languore una forma d’arte ben definita. Timbro come miele su pietra calcarea, contrasti fra dolcezza e severità… di questo sono fatti i dieci brani di Every Dawn’s a Mountain. Qui, la tensione tra Oriente e Occidente non è più una trovata esotica, bensì una grammatica pienamente interiorizzata: l’oud non è un semplice orpello decorativo ma un asse portante, e lo dimostra già Babylon, primo singolo, che con il suo arrangiamento cinematografico sembra la colonna sonora di un Lawrence d’Arabia diretto da Sofia Coppola in versione chamber pop.

Nella sofisticata tessitura del disco, si fanno notare la delicatezza del Nick Drake più funereo (My Heroine, che apre il disco con un sibilo sussurrante), il minimalismo equilibrato fra Carri & Lowell e Bon Iver (Willow) e persino la psichedelia ipnotica di un Thom Yorke mediorientale (Raven).

Rispetto a Sahar, che era più vicino a un sospiro pronunciato a mezza voce, Every Dawn’s a Mountain ha un respiro più ampio, più orchestrale, ma senza perdersi in eccessi da crooner in cerca di grandeur. Il duetto con Mitski in Sanctuary (forse il momento più alto del disco) è un gioco di specchi tra due voci che si inseguono, ma non si toccano mai, un esercizio di stile che ricorda certi momenti dei National o la bellezza classica dei Mazzy Star, con quell’aria di nostalgia premasticata eppure incredibilmente autentica.

Se Dissolve si allunga per quasi sette minuti in una sorta di preghiera laica strascicante che ricorda l’approccio di un Nick Cave solenne, Amsterdam chiude un disco che profuma tutto di addii limpidi e sospesi. La sua voce si fa strumento, si spezza, si attorciglia su immagini di alienazione e perdita con lucidità. Tamino trasforma la città in una figura umana, con una malinconia che sa di Sharon Van Etten, ma con il tocco cinematografico di un Sufjan Stevens meno ossessionato dalle orchestrazioni barocche. È il congedo ideale per un disco che non è tanto una meta, quanto un percorso di sedimentazione.

In definitiva, Every Dawn’s a Mountain conferma Tamino come un cantautore che ha scolpito un’identità più netta, fra melodie desertiche e intensità poetica. È un album che non si consuma nell’immediato, ma si insinua lentamente. Come un’alba di montagna.

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