L’arabesco di Tamino. Intervista all’artista belga

Il cantante e attore egiziano Moharam Fouad ha scritto più di novecento canzoni e ha avuto molte mogli, ma un solo figlio, Tarek. Eppure le statistiche l’hanno premiato perché suo nipote, Tamino-Amir Moharam Fouad, ha seguito i suoi  passi. Cantante e modello, Tamino ha esordito nel 2018 con Amir, un album osannato dalla critica che univa le sue radici arabe ad archi pop e scosse elettriche di matrice rock. Con Sahar l’atmosfera si fa più intima, spiega il suo autore, «non perché sia un disco figlio del lockdown, ma perché dopo tanto tempo sono stato costretto a rimanere a casa. Tutto ciò mi ha portato a riflettere molto e questo mood introspettivo si è riversato nelle canzoni».

Infatti, Sahar è stato scritto nel suo appartamento di Anversa, alternando il piano e la chitarra all’oud, un liuto arabo, grazie alle lezioni impartite da un rifiugiato siriano che vive nella stessa città. Racconta Tamino: «Avevo scritto trenta, quaranta canzoni. Ho cominciato a scremarle ed ecco il risultato finale; non è stato semplice, soprattutto comporle, ma l’ordine dei brani è venuto piuttosto naturalmente».

Il secondo album di Tamino arriva dopo due anni di pausa dai social, situazione che ha dato ancora più profondita a brani eleganti che si dispiegano quasi in ordine di intensità. Infatti: «Volevo che riprendesse un po’ il ciclo del giorno, quindi con più vigore nella prima parte e, via via, un’atmosfera più notturna sul finire del disco». In questa dinamica la bellissima The Flame affascina e colpisce chi ascolta, mentre l’eterea Sunflower lascia a bocca aperta per la sua struggente delicatezza, anche grazie alla voce dell’artista belga Angéle.

A proposito di questa collaborazione, Tamino spiega che i due hanno avuto l’occasione di incontrarsi in studio senza un obiettivo in particolare e, dopo qualche giorno è arrivato questo brano, un dialogo con qualcuno che necessitava di un’altra voce. Da qui l’idea, piuttosto naturale, di proporlo alla cantante.

Anche in Sahar c’è lo zampino di Colin Greenwood. Ovviamente Tamino confessa di essere un grande fan dei Radiohead, proseguendo: «Sono stati fondamentali per la mia educazione musicale e, per questo motivo, collaborare con Greenwood è un onore. È stato con noi una settimana e ho potuto nuovamente ammirare da vicino un professionista umile che si mette al servizio della musica».

La musica di Tamino – che in un articolo dell’Independent di qualche anno fa veniva incoronato come il «Jeff Buckley belga» – ha la grande qualità di essere senza tempo. Ci sono sample, alcuni strumenti elettronici e altri tradizionali, ma potrebbe essere stata scritta ovunque e in ogni momento. Lui conferma: «È proprio l’unico obiettivo che ho quando vado in studio, costruire un album che non sia per forza di cose figlio del suo tempo». Gran merito per questa atemporalità è della sua voce, un raggio di luna piena drammatico e mutevole, e in grado di emozionare.

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