Recensioni

7.2

L’estetica, a volte, risulta parecchio anestetica. Tamino, nipote del cantante e attore egiziano Moharam Fouad, ne sa qualcosa. Il suo lavoro come modello (Missoni, Valentino e Fendi) non è mai passato inosservato, ma non ha nemmeno pregiudicato l’acclamazione di critica (molta) e pubblico (abbastanza) ricevuta per l’esordio Amir nel 2018. Un arazzo di suoni intimi e intimisti che affondavano le radici nella propria eredità araba senza disdegnare un tuffo nel sound più fruibile della contemporaneità occidentale. L’estetica conta, certo. Ma non è (solo) quella del bel cantautore belga che viene fuori quando si sente questo nome per la prima volta. È quella musicale, nascosta dietro una foto in bianco e nero, rinchiusa in un sigillo di plastica, e infine messa come copertina dell’attesissimo Sahar, un disco chiamato a confermare quanto fatto all’esordio.

Il cantautore di Anversa ha messo sottovuoto il proprio approccio al genere. Non mancano scappatine elettroniche, sample o altri approcci sintetici, ma – come ci ha confermato nella nostra intervista – il suo scopo è quello di “costruire un album che non sia per forza di cose figlio del suo tempo”. Ed eccolo qui, dunque, questo sound anestetico e anestetizzante, che gioca a lenire dolori e passioni, a tranquillizzare. Un sound a metà strada fra il dream-rock di metà anni Novanta e un folk liricista più contemporaneo. Tutto interiore, a partire dallo sguardo e dalla posa del suo autore, è il mondo di Sahar. Un mondo in cui la definizione “folk acustico” sta certamente stretta. Tanto nelle liturgie minimali di una You Don’t Own Me, quanto nell’esotismo profondo di una Cinnamon. Se si sono sprecati paragoni con Jeff Buckley, risiedono più nella voce notturna e mutevole di Tamino, che in presunti virtuosismi chitarristici. Anzi, qui si lavora di semplificazione, scarnificando il sound da eccessi orchestrali.

Quelli che non mancano, semmai, sono gli eccessi melodrammatici. Come poteva essere altrimenti? In Tamino il sapore mediorientale scorre forte, a tal punto da farsi dare lezioni di oud (il liuto arabo) da un rifugiato siriano che vive nella sua stessa città. Eppure, proprio questo ci sembra il tasto più dolente di un disco altrimenti di altissimo spessore. Tamino preferisce dialogare (di più) con la tradizione occidentale, lasciando accenni esotici e fughe world-music a qualche accordo o alle sfumature della sua voce naturale. Non a caso il pezzo più riuscito è la tiratissima Drop of Blood, giocata tutta su una tensione vocale squisitamente arabeggiante e un liuto pizzicato nervosamente a fare il contrappunto. Per il resto, Sahar sembra più un sentito omaggio alla musica dei Radiohead, che una celebrazione della variegata eredità culturale di questo bravissimo cantautore. La band di Oxford risuona anche grazie alla presenza nel disco dello zampino di Colin Greenwood, il cui basso impreziosisce queste trame raffinate.

La curva emotiva di Sahar sembra innalzarsi da uno speranzoso ottimismo per affrontare, sul finale, un crescendo più crepuscolare. A brani dinamici come The Flame, in cui la ritmica chitarristica si fa quasi percussione, fanno da contraltare pezzi un po’ più patinati come Fascination, fondata su una progressione di accordi maggiori in settima. Più azzeccati ci paiono i brani in cui il vuoto sembra essere lo strumento più rumoroso di tutti. The First Disciple è un climax cinematico, il cui potere emotivo risiede nel suo non voler forzare la commistione delle anime culturali e genetiche del suo autore, ma farle convivere delicatamente nei silenzi. Il lavoro del produttore e tecnico del suono PJ Maertens, del batterista Ruben Vanhoutte e della preziosa voce di Angéle si fanno sentire in Sunflower, un brano che, nella sua spensierata profondità, ci porta alla mente il dream folk dei Mazzy Star.

Tamino deve ancora trovare la sua rotta, ma naviga verso il futuro a vele spiegate, potendo contare su un’immagine (pubblica) potente e un talento (chitarristico e vocale) non in discussione. Domare gli istinti derivativi sembra una priorità. Ma è anche necessario osare di più, ispezionare tutti gli aspetti della sua formazione, senza perdere quest’amore per la semplicità che, quando fatta così, è la cosa più poetica che c’è.

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