Recensioni

C’era da aspettarselo. Il cantautore e modello belga Tamino-Amir Moharam Fouad ha sempre avuto tutte le carte in regola per generare picchi di fanatismo sfrenato. Un Adone, una presenza misteriosa e ipnotica, una voce che si muove su un range vastissimo, un fisico statuario… se il suo pubblico non è ancora quello dei grandi crooner, è solo perché l’artista di origine egiziana ha solo due album all’attivo, Amir del 2018 e Sahar del 2022. Diamogli tempo.

Eppure, il pubblico dello Spazio 211 di Torino rappresenta di certo un campione significativo per decodificare la parabola (sempre più indirizzata verso l’alto) di questo poliedrico artista. Ragazzi e ragazze, poco più che maggiorenni, truccati in uno stile fra il gotico e il dandy, fluidi negli outfit e nello stile, popolano fin dalle 19 la transenna portando in mano fiori, fotografie e vinili del loro idolo misterioso. Totem votivi che ricordano il fanatismo anni Ottanta di smithsiana memoria.  Sarà un’attesa lunga, ripagata nella maniera migliore possibile. Non con parole o ammiccamenti, ma con novanta minuti di musica purissima.

Non ha bisogno di chiacchiere o effetti speciali, Tamino. È supportato da una band preparatissima e ci mette poco più di 30 secondi per trascinarci nel suo mondo. Il tempo che separa il primo arpeggio dal cantato di The Longing, il primo brano in scaletta. L’impatto è devastante. Abbiamo seguito e apprezzato le fatiche discografiche dell’artista belga, lodando il suo registro grave, il suo esotismo cinematico a metà fra cantautorato pop e dream-rock. L’esecuzione live dei brani di Sahar supera qualsiasi ottimistica aspettativa. Il fascino cimiteriale di Tamino è avvolgente, ipnotico, fin troppo perfetto. Anche dal vivo s’intuisce la volontà di lavorare per scarnificare il sound da eccessi orchestrali puntellandolo piuttosto con dialoghi di archi e rumoristica varia. Già The Flame ci immerge in un sound arido, desertico, in cui la chitarra si fa percussione e lo zampino di Colin Greenwood dei Radiohead (collaboratore di alcuni brani nel disco) si fa più evidente.

Il pubblico di giovanissimi è rispettoso. Conoscono i testi dei brani alla perfezione, ma non si sgolano. Rimangono in reverente venerazione. Si cominciano a scaldare su Sunflower, quando devono sopperire all’assenza della voce della brava Angéle, presente sul disco. È una comunità unita, quella dei fan, fatta anche in buona parte da molti cittadini belgi che sono accorsi da tutto il Nord Italia. Quando parte la coheniana Indigo Night si fa fatica a non rimanere affascinati dalla capacità vocali di Tamino, che, nello stesso pezzo mescola falsetto e tinte crepuscolari, condite da un approccio mediorientale decisamente originale. Il punto più alto si tocca con The First Disciple, un brano cinematico, fatto di silenzi e di un climax percussivo memorabile.

“Sto facendo un po’ di canzoni tristi ma tanto per voi non è un problema… vi piace Tamino!” aveva detto in aperture la bravissima Emma Nolde, che – tra le altre cose – aveva improvvisato una jam session con un membro del pubblico che glielo aveva richiesto. Il live di Tamino, pur con la sua gravitas, cura l’anima. E lo fa con una semplicità disarmante, una semplicità fatta di pochi arpeggi, di atmosfere, una semplicità studiata e musicata nei minimi particolari. I fortunati presenti mercoledì sera allo Spazio hanno forse avuto il privilegio di assistere alla nascita di una stella, di cui sentiremo sicuramente parlare nei prossimi anni.

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