Recensioni

Jojo Rabbit è un film schizofrenico. Proprio come il suo autore, Taika Waititi. Classe 1975, dopo la candidatura all’Oscar per il miglior cortometraggio (Two Cars, One Night) esordisce nel lungo formato con Eagle vs Shark (2007), dove già riaffioravano tutte le idiosincrasie che avrebbero poi condito i lavori successivi: personaggi ai margini della società, contraddistinti da una asocialità spesso patologica, ma con un cuore pulsante di un’emotività rara contaminata e sguazzante nel post-modernismo cinematografico. Con il terzo film raggiunge la notorietà internazionale, l’irriverente e sconclusionato Vita da vampiro – What We Do in the Shadows (dando vita anche a una serie TV), mentre due film dopo lo ritroviamo a minare le fondamenta stesse del Marvel Cinematic Universe dall’interno con l’ultra-pop Thor: Ragnarok (tra gli episodi migliori della grande saga cinematografica), riuscendo in maniera originale a coniugare la parodia con l’epica. C’era molta attesa, dunque, attorno a Jojo Rabbit. Fin dalle premesse del racconto: un ragazzino nella Germania del Terzo Reich sogna di diventare un grande soldato nazista e ha come amico immaginario proprio il suo idolo, Adolf Hitler.
Dalle prime sequenze capiamo subito che le intenzioni di Waititi verso il progetto sono più che serie, ma vanno incontro anche a un rischio considerevole: demistificare in maniera eccessiva uno dei periodi più bui della storia dell’umanità potrebbe trasformarsi pericolosamente in un’operazione boomerang, un’arma a doppio taglio. Così, è chiaro il motivo – giustificato anche narrativamente – del suo incanalarsi sempre più progressivamente entro binari più consolidati, più ortodossi, più sicuri (si direbbe), pur non rinunciando affatto a certe stoccate sarcastiche (anche sul finale). Quello di Jojo Betzler è un percorso di formazione al rovescio, molto originale nella Hollywood del 2019, soprattutto all’interno di un contesto socio-politico preoccupante in cui oggi più che mai si sente il bisogno di educare le nuove generazioni. Infatti, il regista neozelandese ricorre a un canovaccio classico (in pratica abbiamo di fronte il classico schema del film d’avventura anni Ottanta con tanto di protagonista bambino) e lo infarcisce di riferimenti chiari e allarmanti sulla situazione attuale, la progressiva perdita di democrazia a favore di atteggiamenti sempre più autoritari sottilmente descritti nei comportamenti sopra le righe e del tutto nonsense dei nazisti (dal Capitano Klenzendorf costretto a nascondere i suoi impulsi, alla presa in giro del saluto “Heil Hitler”).
L’intento di Waititi è quello di ripercorrere in maniera assai più scanzonata lo spirito d’avventura e il peso della Storia conservato nelle pellicole di Steven Spielberg più che guardare a La vita e bella di Roberto Benigni. Se lo spunto di base può ricordarlo, infatti, qui fortunatamente non c’è traccia di ruffianeria o sentimentalismo ricattatorio; al contrario, la sua umanità è sensibilmente autentica, ogni sequenza ruota attorno al protagonista (perfino l’Hitler di Waititi si fa da parte per lasciare il campo al bravissimo Roman Griffin Davis, davvero una grande sorpresa), così come ogni comprimario: dall’amorevole madre (sempre ottima Scarlett Johansson) al compagno di (dis)avventure (Archie Yates), fino al già citato Capitano Klenzendorf (un prezioso Sam Rockwell). Tra citazioni varie e gustosi anacronismi (si danza tra le note dei Beatles e di David Bowie in lingua tedesca), Jojo Rabbit è un film che ha il disperato bisogno di essere normale per poter diffondere al meglio (e al più vasto pubblico possibile) il suo messaggio d’amore e speranza. Perché questo non è affatto il momento ideale per essere nazisti. Ci auguriamo che se lo ricordi anche chi da dietro una scrivania – con il solo premere un pulsante – ordina omicidi a migliaia di chilometri di distanza nel nome della libertà e della difesa della democrazia.
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