Recensioni

7

Qualche anno fa, anzi decisamente troppi anni fa, correvano più o meno i primi anni Zero, nelle nuove uscite italiane variamente riconducibili all’area pop-rock (e specificamente “alternative”) cercavo soprattutto una cosa: la “padronanza del linguaggio”. Mi ero convinto che dopo la fioritura dei 90s il nostro rock potesse giocarsela alla pari o quasi con le scene statunitensi e inglesi, a patto di scrollarsi di dosso quel provincialismo residuo che sapeva di imitatio, presente anche ai livelli più alti, a favore di un’espressività sempre più libera, pura. In effetti stavo verificando proprio questo: produzione, scrittura, arrangiamenti, interpretazioni, pronuncia (nel caso di testi in inglese) di molte nuove proposte avevano quel passo lì, che potevi immaginarti uscire da una radio FM di Londra, Berlino o – chessò – Chicago. La padronanza, finalmente? Sì, o quasi. Nel frattempo ahinoi il rock (alternativo o meno) è andato incontro a un destino meno glorioso di quanto potessi sperare all’epoca, sono cambiati scenari, sono crollati paradigmi, e cosa sia o non sia – dove vada o non vada – il nuovo rock italiano è una questione che non rientra tra i temi scottanti di questi anni.

Tutto questo per dire che se avessi ascoltato all’epoca un disco come questo nuovo dei toscani Sycamore Age avrei compiuto il proverbiale balzo sulla sedia. Del resto, già l’esordio omonimo del 2012 e il secondo Perfect Laughter (2015) mi provocarono il tipico innalzamento di sopracciglia degli ascolti speciali. Cinque anni quindi di silenzio discografico che i cinque ragazzi hanno sfruttato al meglio, incassando tra le altre cose una prestigiosa partecipazione al Primavera Sound Festival di Barcellona (nel 2016). Quindi il singolo Castaways Without A Storm, uscito a marzo 2020 ad anticipare il nuovo lavoro e a cavalcare, inconsapevolmente, la tempesta perfetta della pandemia e relativi lockdown: il passo assieme marziale e spaurito in una palude d’angoscia radioheadiana, quel piglio soul di chi ha chiuso il cadavere del soul nell’armadio e le sciabolate cinematiche tra piano e archi, ottima colonna sonora insomma per quei giorni di niente pneumatico e bollettini tragici da un fronte invisibile. “Naufraghi senza tempesta”, già: stupisce che sia stata scritta ben prima che di Covid-19 si fosse mai sentito parlare. Buffo il destino: uno cerca la padronanza e si trova a fare i conti con la preveggenza. Vabbè, non divaghiamo.

Le otto tracce di Castaways (il nome della band e il titolo compaiono in copertina tradotti  – significativamente – in codice morse) costituiscono un lavoro conciso nel quale sono state distribuite, intrecciate, compresse una notevole quantità di situazioni, di azzardi organizzati. In ogni traccia un disperdere le tracce (!), un divagare pianificato, la rotta spezzata e ricomposta con cura, la disarticolazione post-faunistica degli Animal Collective a scuotere ingranaggi kraut e avventure prog, uno spettacolo d’arte varia insomma che finisce per sembrare una rappresentazione in punta di frenesia dello spaesamento profondo figlio dei tempi, assieme a un bisogno tenace di rintracciare se stessi nel cuore del caos. 

In mezzo alla scaletta spicca Still Life col suo incedere dinoccolato e androide che di colpo collassa in una processione da brass band un po’ alcolica e un po’ funeraria, come dei Tv On The Radio accartocciati M Ward: non hai ancora capito come faccia a stare in piedi ma ti ha già ipnotizzato. Buona cosa, davvero. Assai buono anche il graffio elettrico di Gravity tra sincopi e barriti sornioni à la Morphine, così come il piglio dritto di Foreign Dance a bagno nel dialogo tra (contrab)basso legnoso e piano erratico, prima di quel delirio orientale in cui la voce di Chimenti si disimpegna febbrile ma senza mai mollare le redini. Ibiza ‘87 fa bene quel che ti aspetti in chiusura in un disco del genere, somiglia a un approdo ed è assieme il punto dove coagulano i diversi smarrimenti, tra la solennità crepuscolare del piano e il trasporto esausto del canto, in un’emulsione traslucida di fiati e tastiere.

Bel disco in definitiva, quello che un tempo avremmo catalogato alla voce “consacrazione”. Oggi, in questi tempi oramai dissacrati (dal punto di vista del pop-rock e non solo), non resta che accogliere con favore questo pugno di canzoni di una band che cerca con ammirevole tenacia un linguaggio proprio e si ostina a pensare l’album come unità espressiva, caratteristiche degne di merito proprio nella misura in cui appaiono tanto inattuali. Il difetto, se vogliamo trovarne uno (si trovano sempre, i difetti), è la sensazione che questa ricerca porti spesso i Sycamore Age a muoversi sul filo del sovraccarico formale, fin quasi dove il metodo diventa rappresentazione di sé e l’espressione fa l’occhiolino all’autocompiacimento. È solo una sensazione che aleggia, un retrogusto appena: a ben vedere, forse, è un altro merito.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette