Recensioni

6.9

C’è sicuramente la magia ancestrale del miglior prog anni ’70 (anche italiano) nel modo di concepire la melodia, di gestire gli spazi, nelle fascinazione per i temi onirico-fantastici e simbolici, così come nei radicali cambi di atmosfera tra i vari capitoli dell’opera e all’interno degli stessi brani”: così scriveva Antonio Laudazi sulle nostre pagine nel 2012 a proposito dell’omonimo disco d’esordio dei Sycamore Age, delineando inconsapevolmente anche la ragion d’essere di questo successivo album di riletture. Sì perché “gestione degli spazi” e “fascinazioni” sono concetti ben presenti anche in #1 Remixes/Reworks, interpretati da un parco ospiti illustre che si fa carico, in primis, di lasciare inalterato il pathos della musica della band aretina (o, in qualche caso, addirittura di accentuarlo), pur dandone un’interpretazione personale.

Gli spazi di cui parla Teho Teardo nella sua versione di Dark And Pretty Part Two, ad esempio, hanno a che fare con una dinamica degli archi e del suono allentata e altolocata, figlia di pulsazioni lignee corpose e da togliere il fiato. Un Teardo che paradossalmente gioca in casa, riuscendo a impreziosire e a rendere “adulto” un brano già in partenza notevole e non troppo distante dalla sua poetica. Gli Akron/Family agiscono analogamente sulle armonie vocali e la psichedelia “casinista” di Happy!!!, riportando il tutto a quell’immaginario freak che abbiamo imparato a conoscere nei dischi della formazione americana. Il trittico dei manipolatori imparentati con l’albero genealogico stilistico dei Sycamore Age si chiude con i Julie’s Haircut, questi ultimi perfettamente a loro agio nel confezionare una How To Hunt A Giant Butterfly già krautrock alle origini ma qui resa ancora più glaciale (e minimale).

Dall’altro lato, Aucan e Vadoinmessico optano per uno stravolgimento (comunque in linea con il loro approccio) dei brani scelti, un atto di coraggio che forse non viene premiato del tutto dai risultati: i primi colorano di una electro ambientale (ma tutto sommato con poche sorprese) una Binding Moon in origine profondissima e fondamentalmente folk, mentre i secondi centrifugano in stile Chipmunks il cantato di Heavy Branches, mettendolo ad asciugare su certi terzomondismi in stile M.I.A.

Tolto il rework di How To Hunt A Giant Butterfly ad opera degli stessi Sycamore Age (ennesima declinazione di quella voglia di cambiare abito ai brani già espressa dalla band in dimensione live), a chiudere il disco pensa un inedito (In A Blink Of An Eye) che non sposta di molto il baricentro stilistico dei Nostri, rispetto al passato. Antipasto utile a quietare le aspettative di critica e pubblico nei confronti di un secondo album che ci auguriamo all’altezza delle buone cose messe in mostra dal gruppo nel brillante debutto.

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