Recensioni

I Sycamore Age continuano il loro percorso atipico per i tempi rapidi e spietati che la modernità richiede, con un secondo album che, esattamente come l’esordio omonimo, cerca coscientemente sviluppi articolati e una grande profondità di livelli. Un argomento che poteva piacere agli eroi del progressive meno in palla con i classicismi e più votati agli intrecci di atmosfere – i primi King Crimson, ad esempio – ma anche a certi Mercury Rev d’annata.
Perfect Laughter chiede all’ascoltatore quello che quasi nessun disco, oggigiorno, può permettersi di chiedere: di fidarsi, di abbandonare lo skip facile da mp3, di godere di undici brani che cesellano ogni singolo secondo con cura maniacale pur senza scoprire quasi nulla, ma riuscendo nella difficile impresa di coibentare una poetica riconoscibile e in equilibrio. Merito di una formula che ricicla certe coralità firmate Akron/Family (7), ma è brava anche a posizionarsi in un personale interstizio tra psichedelia, krautrock e contemporanea (una Drizzling Sand da brividi), suona minacciosa tra ragtime sui generis e impennate lisergiche da drop out (Frowling Days, Odd Nights), inciampa nei Led Zeppelin più folk (The Womb Of Nowhere) riposizionandoli. Tutto questo in mezzo a deliri poliritmici che per un attimo sembrano citare gli Animal Collective (Diorama), malinconie liquide ai confini del tempo (Behind The Sun), chitarre elettriche che affondano il colpo sul cadavere degli Archie Bronson Outfit (Dalia) e omaggi nemmeno troppo velati ai primi Pink Floyd (Monkey Mountain).
In quest’orda di abbagli solari e rollercoaster giroscopici, la voce gioca un ruolo fondamentale, lei per prima chiamata a rendere senza tempo e sospeso ciò che invece tempo e luogo ha. Narrativo e allusivo quando il pianoforte gli chiede di esserlo (l’imponente e orientaleggiante Noise Of Falls), il cantato di Francesco Chimenti possiede un’algida istituzionalità perfettamente in sintonia con un impianto strumentale ricchissimo e capace di costruire una sorta di realtà (sonora) parallela. Leitmotiv di un disco a suo modo classico ma fortemente evocativo, dalle dinamiche ampie ed elaborate, e che non rinuncia a una ricerca nei timbri che di convenzionale non ha proprio nulla. Una delle cose migliori ascoltate quest’anno.
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