Recensioni

7.3

Dicevamo su queste pagine, in occasione della recensione di Universal Themes, l’ultimo lavoro del 2015 firmato al 100% da Sun Kil Moon (in mezzo c’è stata la collaborazione con Jesu, uscita un anno fa), che «nel giro di uno o due dischi, Kozelek tornerà nel dimenticatoio, per via di un effimero e superficiale “non è più quello di Benji…”». Beh, il cantautore trapiantato a San Francisco nel dimenticatoio non ci è finito, ma la critica, fin da quel Benji che tanto lo ha esposto, non è stata più così magnanima con lui. E, crediamo, questo non sempre per mancanza di qualità nelle sue opere, quanto forse per un’attitudine burbera, sempre contro, antagonista (dylaniana, potremmo persino dire…), che mal si concilia con le lusinghe, non importa quanto dovute. Eppure, ad ascoltare questo ennesimo lavoro dal titolo kilometrico Common as Light and Love Are Red Valleys of Blood, non solo ci rendiamo conto di quanto la prolificità di Kozelek sia una sana benedizione, ma possiamo anche accettare il fatto che la crisi della democrazia (del capitalismo?) sia l’abito che calza meglio a Mark Kozelek e ai suoi innumerevoli moniker. Senza fare grandi drammi, le sue moralistiche riflessioni sulla politica, sul possesso di armi, sull’abuso dei social media, sulla VIPpizzazione globale, suonano, alla luce degli ultimi avvenimenti (compreso uno sfortunato 2016, qui al centro della narrazione), sinceri e premonitori.

Lo abbiamo detto più volte, ma ci piace ripeterci: la scrittura di Kozelek, quella che abbiamo chiamato (rifacendoci alla poetica di Edoardo Sanguineti) “del piccolo fatto vero”, è bulimica di dettagli (date, orari, luoghi, numeri di prenotazioni di biglietti di mezzi di trasporto, nomi propri, ecc.) ed è quanto di più personale si possa immaginare. La cosa interessante che rende l’operazione impeccabile è che, in realtà, facendo questo l’opera finisce per parlare di tutti noi, di universal themes, ma soprattutto della società, in maniera appuntita, ironica, aggressiva, malinconica e, spesso, strafottente. La critica che si può muovere qui è fino a che punto Kozelek sia in grado di prendere se stesso seriamente senza, come dicevamo prima, risultare una sorta di censore maximus. In questo senso, si potrebbe obiettare che Common as Light possa risultare l’ennesimo maneggiamento delle solite tematiche familiari a ogni singolo album di Sun Kil Moon, con leggere e inutili modifiche. Eppure, a sentire God Bless Ohio, un’opening track dedicata alla terra natia lasciata 30 anni fa, la prima riflessione che ci viene riguarda una possibile continuità con Benji o con brani più Red House Paintersoriented come Micheline o Carry Me Home, Ohio. A guardarla da un altro punto di vista, però, la faccenda si fa ben più complicata: un po’ per un susseguirsi di eventi sociali e personali, un po’ per (ci piace immaginare) la collaborazione più “sperimentale” con Jesu (un altro album è atteso per la metà del 2017), Common as Light… risulta l’album musicalmente più bizzarro della carriera dell’artista.

Andando con ordine, vediamo le tematiche: si va dai terribili attacchi terroristici di Nizza in Bastille DayHate is at its peak on this crazy fucking planet/ People getting massacred like cattle, goddammit/ It’s suppressing our spirit and our faith in humanity/ It’s impossible not to feel it») al massacro nel nightclub di Orlando o ai fan dei Radiohead attaccati durante il listening party in Turchia (Bergen to Trondheim), dai numerosi casi di cronaca nera (emblematico il caso dell’hotel Cecil di LA, ripreso in Window Sash Weights: Kozelek ha raccontato di aver passato una notte nell’hotel in questione per percepirne le vibrazioni…) alla ridicolizzazione dei gruppi definiti “finto rock” in stile Nickelback (Vague Rock Song). Forse, da un punto di vista narrativo, i punti più alti sono due: la già menzionata Bergen To Trondheim, nella quale, tramite una poesia di Muhammed Alì, la dialettica del noi/me VS loro diventa meccanismo di critica sociale sul Gun Control sancita da un epigrafico «The only two words that can make change as far as I can see […] are “me” and “we”»; Lone Star, una lunga suite preveggente sulle sorti dell’America sotto le grinfie di Donald Trump (prima della sua stessa elezione, Kozelek ha mostrato enorme lucidità nel dichiarare, senza peli sulla lingua, che «we asked for this junk … make no mistake, Donald Trump is our own creation»).

Il vero punto di forza di Common as Light è però l’apparato musicale dietro ai turbinii lirici del cantautore dell’Ohio. Scritto con, come unico partner, Steve Shelley (ex Sonic Youth), l’album è quanto di più bizzarro ci si possa aspettare. La sensazione è quella di aver lasciato un bambino in una stanza piena di strumenti musicali di ogni tipo: il risultato è un album doppio con brani dalla durata dilatata e dalla mistura di generi quasi ingestibile. Innanzitutto, quello di Kozelek è un approccio più rap allo spoken words tradizionale: per sua stessa ammissione, To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar e alcune cose dei Tribe Called Quest hanno avuto una forte influenza sui suoi ultimi lavori. Inoltre, brani come Philadelphia Cop sanciscono quasi un nuovo corso per il musicista: theremin e synth da una parte, momenti ludici dall’altra (la traccia si blocca e Kozelek fa l’imitazione di una conversazione fra giornalisti musicali: «Yeah, totally — I’m friends with Jim James, Dr. John Misty, a bunch of people…hold on a sec, Sufjan Stevens is texting me»). O ancora il rock-fuzz alla Black Keys di The Highway Song, l’uso spettacolare dei synth (fra The Dark Side of The Moon e Origin of Symmetry) nella già menzionata Lone Star, il rock/blues radiofonico ed elettrico di Seventies TV Show Theme Song (in cui, neanche a farlo apposta, il Nostro immagina qualcuno che gli rimprovera: «I preferred your older songs»).

Ogni opera di Kozelek ci regala materiale su cui riflettere, discutere, confrontarci. E questo non può che essere un pregio. Ascolteremo ancora a lungo Common as Light and Love Are Red Valleys of Blood? Forse no. Riusciremo ad ascoltare il disco senza skippare qualche traccia qua e là? Forse no. Ma chi segue la carriera di Mark Kozelek ed è riuscito a mettersi alle spalle Ghosts Of The Great Highway e, quindi, ad accettare il Kozelek 2.0, non potrà non constatare un ennesimo, interessantissimo, passo in avanti.

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