Recensioni

Il ratto marrone (Rattus norvegicus), noto anche ratto come ratto norvegese, ratto grigio, ratto delle chiaviche o pantegana, è un mammifero roditore della famiglia dei Muridi. Vive nelle zone antropizzate colonizzando le fognature – caratteristica che lo distingue dal ratto dei tetti (Rattus rattus) o ratto comune, che predilige aree asciutte –, le discariche e le zone dove vi sono umidità, dispersione di cibo e scarsa igiene. È un animale notturno […] È in grado di percepire gli ultrasuoni […]». Vita notturna, bassifondi, ultrasuoni. Dicasi altrimenti: oscurità, sporcizia, rumore. In questa breve descrizione da enciclopedia c’è abbastanza da spiegare perché una band possa aver scelto di intitolare un album di debutto con il nome scientifico del topo di fogna… E pensando che siamo in pieno punk forse non ci sarebbe nemmeno bisogno. Nome e titoli oltraggiosi sono all’ordine del giorno.
Del primo punk inglese gli Stranglers sono tra i pionieri – anche se a qualcuno questa cosa fa storcere il naso –, tra i gruppi più popolari (popolari e nell’occhio del ciclone per atteggiamenti e testi non proprio irreprensibili) e tra più longevi (anche se dal suono crudo degli esordi si discosteranno anche un bel po’ man mano che la loro carriera proseguirà). E tra i più atipici, anche, per età, per look, per stile. Il batterista Jet Black è un classe 1938: non solo ha quattordici anni più di Joe Strummer (!) e diciotto più di Johnny Rotten (!!), ma due più di John Lennon (!!!) e cinque più di Keith Richards (!!!!). Suonava jazz negli anni cinquanta, ha abbandonato la musica per lavorare in proprio in piccole attività commerciali (dai camioncini dei gelati a una rivendita di alcolici), e decide di ricominciare pubblicando un annuncio su NME quando va già verso la quarantina.
Del 1949 sono Hugh Cornwell, cantante e chitarrista che aveva già suonato (ma il basso) in un gruppo con Richard Thompson dei Fairport Convention, e dalla cui band r&b Johnny Sox nascerà la nuova creatura chiamata Guildford Stranglers e poi soltanto Stranglers; e Dave Greenfield, tastierista baffuto le cui volute sonore sanno tanto di psichedelia, di prog e addirittura di musica classica (sarà sua la firma inconfondibile su Golden Brown, la hit che porterà gli Stranglers al numero 2 della classifica britannica dei singoli con una canzonetta dal sapore antico quasi rococò, a tempo di valzer e con un clavicembalo in primo piano). E poi c’è Jean-Jacques Burnel, il più giovane (classe 1952 come Strummer), figlio di immigrati francesi, motociclista karateka con una certa propensione allo scontro fisico (a farne le spese sarà anche il famoso critico Jon Savage), con più di una assonanza con Dee Dee Ramone per il ruolo (bassista, seconda voce e autore di molte canzoni) e uno stile al basso tanto incisivo da fare scuola (Peter Hook racconta di come fosse stato all’inizio la sua principale ispirazione).
Una band che si tempra nel circuito dei pub e quando arrivano i nuovi suoni da New York è in prima fila, anzi sullo stesso palco, ad aprire i concerti londinesi di Ramones e Patti Smith. Pure per questo si colloca tra gli avamposti in fibrillazione del nascente punk. Anche se non tutti sono pronti a riconoscerlo. Ecco cosa scrive Burnel nel suo memoir Strangler in the Light: «Ci trattavano da hippie, dicevano che eravamo vecchi, ed erano stronzate. Fumavamo l’erba mentre gli altri fingevano di non farlo ma non era vero, fumavano un sacco oltre a farsi di anfetamine. Queste piccole menzogne ci hanno separati dagli altri: ci hanno ostracizzati. Da quando ci siamo accorti di essere stati mollati o traditi da quelli che credevamo nostri amici, o perlomeno di conoscere, ci siamo creati questa mentalità da ghetto: “Tutti sono contro di noi? Ok, chi se ne frega, vuol dire che ci renderanno più forti. A un certo punto Londra era nostra: se i Finchley Boys vedevano in giro dei file di Pistols e Clash, li caricavano di botte».
I Finchley Boys stavano agli Stranglers un po’ come il Bromley Contingent ai Sex Pistols, e l’atmosfera in giro per Londra era davvero elettrica (la band con cui i meninblack hanno invece una certa affinità sembrano piuttosto i Damned, la cui parabola musicale somiglia in parte a quella degli Stranglers – e che condividono anche lo stesso destino di essere esclusi dall’inner circle del punk londinese). Per qualcuno Cornwell, Burnel, Greenfield e Black non sono punk, per qualcun altro sono già oltre. Testardo per la propria strada il quartetto accompagna con timing inappuntabile, e qualche volta perfino con un lieve anticipo, il cammino del nuovo sound inglese: il pub rock delle origini che diventa una forma personale di punk con i due LP del ’77, poi la new wave grintosa di Black and White, la virata protodark di The Raven (che contiene anche un virtuosistico gioiello di synth-pop come Duchess), il concept fantascientifico-elettronico di The Gospel According to the Meninblack fino al raffinato eclettismo pop di La Folie e Feline.
Il primo album IV/Rattus Norvegicus, con quel numero romano messo un po’ per vezzo, esce nell’aprile del 1977, una settimana dopo il debutto su LP dei Clash e sei mesi prima di Never Mind the Bollocks (gli Stranglers riusciranno addirittura a fare il bis con No More Heroes prima che esca quello che oggi è il disco per eccellenza del punk britannico) ma anche due mesi dopo il capolavoro degli Adverts Crossing the Red Sea (meno famoso di quanto meriterebbe), e l’EP Spiral Scratch dei Buzzcocks, cartina tornasole di tutto un modo di fare rock indipendente che gradualmente prenderà piede anche nelle periferie del Regno Unito.
All’album del “ratto” manca l’inno generazionale che sarà la title-track del secondo LP, ma non le canzoni-simbolo, e nemmeno i singoli di successo come Peaches. Il sound ovviamente c’è già: violento e provocatorio, come d’obbligo per chi si voleva calare in un certo contesto, e allo stesso tempo abbastanza articolato da abbracciare più ampie vedute. Senza rinnegare tutte le influenze eretica: per una London Lady che fa l’occhiolino ai New York Dolls, c’è l’iniziale Sometimes in cui Greenfield, ammiratore dichiarato di Rick Wakeman e Jon Lord, si traveste da Ray Manzarek dei Doors (un amore condiviso e forse persino trasmessogli da Cornwell, che era un grande fan di Robbie Krieger, e da Burnel). Le stranezze non sono soltanto il blues barocchetto di Princess of The Streets o lo pseudoreggae di Peaches (che secondo Hugh Cornwell è stata anche una delle prime canzoni rap).
Un elemento caratteristico del sound dei primi Stranglers, tanto da essere tenuto più alto nel mixaggio rispetto alla chitarra, è il basso distorto e “gutturale” di Burnel, che martella i pezzi e ne serra le fila mentre arricchisce le combinazioni armoniche con la sua sensibilità da chitarrista classico, dialogando con la chitarra e soprattutto con le tastiere. Spesso è Greenfield, infatti, il vero grande protagonista con i suoi fraseggi vorticosi, gli arpeggi liquidi che tamburella con arrembante e sussiegosa scioltezza sul piano elettrico di (Get A) Grip, con l’organo e i sintetizzatori di Hanging Around, con gli accordi in acido di Ugly, garage rock memore degli anni ’60. Quello della psichedelia rivisitata non è un filone nascosto ma in primo piano fin da Sometimes e dall’intro di Goodbye Tolouse, song visionaria (ispirata a una profezia castastrofica di Nostradamus) e pezzo più ispirato probabilmente dell’intero disco, con gli strumenti che giocano a riprendersi e a inseguirsi in una grande figura corale che sostiene una sontuosa melodia. A completare l’opera è infine Down in the Sewer, una suite in quattro movimenti.
Non una novità né una cosa così inaudita per quello che da allora chiamiamo punk (basta pensare a Horses di Patti Smith, uscito due anni prima), però abbastanza per dare l’idea di come i quattro uomini in nero (allora non tanto in black come si vede dalla copertina) anche con i loro controsensi e paradossi arricchissero il panorama scoppiettante del ’77 in terra britannica – e così avrebbero continuato a fare anche negli anni successivi.
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