Recensioni

Chissà se completerò mai la discografia degli Stranglers. Boh, però questo Norfolk Coast è una tale e inattesa botta di vita che un po’ la voglia mi è tornata. E’ un lavoro accattivante, molto vario, zeppo dei loro tipici chiaroscuri & zampate pop-rock più un paio di riuscite escursioni jazz. É pressoché privo di quella superbia che anima a volte le band dal passato tanto ingombrante/importante. É la loro cosa, oggi, probabilmente al meglio di quanto possono. E – signori miei – certo che possono.
Viveva un dissidio irrisolto, la musica degli Stranglers, in perenne contesa tra punk e prog, barocca e umorale, funesta e ironica. Non capivi bene dove iniziava la beffa e dove la cupezza, entrambe aleggiavano come immagini sovrapposte. Scavava un solco che seguiva lei sola, libera di sperimentare, atterrire o strapparti dalla gola un inno liberatorio. L’abbandono di Hugh Cornwall sembrò ragionevolmente la fine, e invece oggi il buon Paul Roberts dimostra di saperne fare le veci con vigorosa personalità. Voce a parte, è l’intera band che gira alla grande, celebrandosi con il brio dell’urgenza giovane e la perizia di chi ne ha viste un bel po’.
Risultato: undici pezzi che si appiccicano ai timpani festosi & vischiosi, roba che ti vien voglia di ascoltarli dal vivo quanto prima, magari tra una Peaches e una The Duchess, perché no? Certo, c’è meno urgenza rispetto a quelle, meno inquietudine, meno allarme. La maturità ha evidentemente sciolto i nodi e smussato gli angoli, così gli strangolatori di oggi sono più intrattenitori che minacce sonore, con il merito non trascurabile di riuscire a non sembrare né risaputi né banali pur riciclando i propri stessi stilemi (vedi gli arzigogoli liquidi di tastiera in I Don’t Agree, il riff arabescato di Into the Fire o la ritmica accanita di basso-batteria-tastiera in I’ve Been Wild).
Il punto di forza sta proprio nella capacità di rendere interessanti intuizioni melodiche non eccelse, caratterizzandole con una firma sonora forte, avventata, disinvoltamente demodée (è il caso di Lost Control – rabbiosa, innodica e giocosa in un colpo solo – di Big Thing Coming – rock’n’roll sferzante spazzato da folate di synth – e della vigorosa title-track, epica, aspra e visionaria come i primi Ultravox abbagliati da Bowie e Killing Joke).
Stupiscono (e a dire il vero un po’ stonano nel contesto) i due episodi jazzy, ma tanto Dutch Moon che Sanfte Kuss sbocciano con tale nitore e naturalezza da farsi accettare di buon grado, con la loro malinconia nomade, il gioco di sussulti elettroacustici e rarefazioni sintetiche nella prima, gli interventi virtuosi (e per nulla boriosi) di chitarra e violino nella seconda. Senza contare la sorpresa psichedelica affidata al denso raga di Tucker’s Grave, corposo e aereo ad un tempo (un sordido giro di basso, la tastiera che pennella radente), acido e dolciastro (sfrigolano corde sulla flemmatica ascensione della melodia), da qualche parte tra i Doors, i tardi Depeche Mode e gli U2 periodo "americano".
Volendo potremmo rintracciare un po’ di faciloneria in Long Black Veil (con quel ritornello degno – sigh! – di certi Litfiba) e nella conclusiva Mine All Mine (disco-rock effervescente e un po’ fracassone), troppo poco comunque per intaccare il giudizio complessivo su un disco più che gradevole, energico e – è il caso di sottolinearlo – estremamente competente.
Quest’anno si è sentito di meglio, ma dagli Strtanglers non mi sarei aspettato né così tanto né di più. Per cui
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