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8.5

Quando lascia i Genesis, Peter Gabriel è già un nome di culto nonostante abbia solo 25 anni. Fama, considerazione, sicurezza economica sono dalla sua parte. In cuor suo però sa di non sapere chi è veramente, come artista. Uno dei motivi, forse il più importante, che l’ha spinto a lasciare la band che ha contribuito a fare grande e che l’ha fatto grande. Ora (PG I) Gabriel è un autore dal brillante futuro alle spalle; il passo successivo (PG II) un ex insider del Jurassic rock Park – li chiamano “dinosauri” adesso, i vecchi osannati e oggi, 1976, dileggiati proggers – che prova a calarsi negli interstizi tra Punk e New Wave con curiosità e modestia: nessun intento opportunista per sfruttare la sopraggiunta occasione, nessuna voglia di rifarsi una verginità per sposare la nuova causa e ottenere la dote, ma una infatuazione sincera dettata da spirito di trasformazione, di studio, di appropriazione di una immediatezza che lo porterà, in modo del tutto sui generis questa volta, alla realizzazione di PG III. Il disco della svolta ma soprattutto del disvelarsi, a lui medesimo, chi Peter Gabriel sia: un ingegnere del suono, con accezione del tutto diversa da quella che si dà al tecnico responsabile della registrazione degli strumenti. Elettronica, psicanalisi, introspezione, the dark side of the soul, entrano nel mondo di note e parole di Gabriel con piglio più deciso; e l’attrazione fatale per i ritmi dell’Africa (che sfoceranno in quelli di altri continenti). Biko chiude PG III e apre la strada per PG IV: la crisalide ha compiuto la trasformazione e messo la ali. Ora vola.

Gabriel inizia a registrare PG IV a Ashcombe House, nei pressi di Solsbury Hill, la cui stalla aveva trasformato in uffici e studio di registrazione già dal 1978, dove prende residenza con la famiglia alla fine del tour per PG III. Gli offre supporto come co-produttore David Lord, che è diventato un amico: l’ha seguito in tour, gli ha dato una mano per approntare lo studio di Ashcombe, è il proprietario dei Crescent Studios dove Gabriel rifinirà il nuovo album, che si apre con una Rhythm Of The Heat che subito dimostra continuità con PG III. Laddove Intruder (PG III) paventava l’intrusione aliena (straniera) in uno spazio fisico privato (la casa) o addirittura corporeo personale (lo stupro), Rhythm Of The Heat si insinua nei meandri impalpabili, incerti e imponderabili, del subconscio. Il primo titolo affibbiato alla traccia è Jung In Africa, perché riflette l’esperienza del famoso psichiatra svizzero alla presenza di un gruppo di percussionisti keniani.

«Guardando fuori dalla finestra / Vedo la polvere rossa chiara / In alto su una roccia rossa / Un’ombra con la lancia – canta Gabriel con accento di stupore misto a incertezza – Qui la terra è forte / Forte sotto i miei piedi / Si nutre del sangue / Si nutre del calore». In un limbo di percussioni ataviche, le voci si moltiplicano e si accavallano – si può sentire anche Kate Bush: un sampler molto probabilmente tratto dalle session per PG III, dato che non ha partecipato alla registrazione di PG IV – fino all’imporsi della tonante giostra percussiva che avviluppa corpi e coscienze caduti in trance: «Attratto all’interno del cerchio / Che danza attorno al fuoco / Sputiamo nelle mani / E alitiamo sui palmi / (…) / Autocosciente, incerto / Vengo ricoperto dalla polvere / Lo spirito entra in me / E mi sottometto alla fiducia / Distruggi la radio / (…) / Distruggi l’orologio / (…) / Distruggi la macchina fotografica / Il ritmo è intorno a me / Il ritmo ha il controllo / Il ritmo è dentro di me / Il ritmo ha la mia anima».

Rhythm Of The Heat è uno starter che turba, impressionante per la forza visionaria delle parole e la potenza d’urto del turbine percussivo, tribale, dai toni bassi e oscuri, intricato e intrigante, che nei due minuti finali apparentemente infiniti, complice l’urlo immane, primitivo, indecifrabile (tra dolore, disorientamento, estasi) di Gabriel, percepirete come spazzarvi via da un momento all’altro; oppure, se sopravvivrete all’esperienza, ne uscirete diversi (udite udite: chitarre, distorsori e Marshall a fondo scala assenti giustificati; la batteria senza piatti specialità della casa e inaugurata su PG III, ancora in menu. Potenza bio). Un incipit esplosivo che defluisce nella estemporanea, solo apparente, serenità di San Jacinto, introdotta dal pattern ripetitivo del Fairlight CMI alla stregua di un accenno di pioggia leggera e insistente. Gabriel gira l’angolo visuale e concentra la sua attenzione sugli indiani d’America. Le parole della canzone parlano della cancellazione forzata di una cultura, ricordata attraverso il resoconto del rito di passaggio all’età adulta di un ragazzo Apache conosciuto da Gabriel a Cleveland, Ohio, al quale dopo il concerto ha dato un passaggio in auto. «Nuvola densa, vapore che sale, sibilo di pietra sul fuoco della capanna sudatoria / Intorno a me, bufali che vagano, salvia in un fascio, strofinata sulla pelle / Fuori, aria fredda, in piedi, aspetto il sole nascente / Vernice rossa, piume d’aquila, richiamo di coyote, è iniziato».

L’esperienza personale e i timori per la civiltà del proprio popolo – i bianchi che stanno cancellando la storia degli indigeni, che se ne prendono gioco storpiando nomi o destituendoli di importanza – si fondono nel prosieguo della canzone: «L’uomo di medicina mi guida attraverso la città, terra indiana, così in basso / Terra tagliata, ogni casa una piscina, bambini che indossano ali d’acqua, bevono al fresco / Seguo il letto asciutto del fiume, guardo gli scout e le guide fare segni di pow-wow / Passo la discoteca di Geronimo, la steakhouse Sit ‘n’ Bull». Fino alla dirompente, emozionante, apertura scenica del ritornello: grande come solo il cielo sulle pianure dell’ovest, grande come la forza e il coraggio per difendere e mantenere viva la tradizione millenaria di un popolo messo all’angolo: «Mantengo la posizione, la linea di forza che mi trascina attraverso la paura / San Jacinto, tengo la linea». L’ultima strofa di San Jacinto – una montagna che si trova a est di Los Angeles, non troppo distante da Hollywood – mette i brividi: sussurrata da Gabriel come una invocazione sacra, le parole che sono una professione di fede, speranza, resistenza soprattutto, sono contornate da un’atmosfera soprannaturale che profonde un senso di incertezza (per quello che sarà il futuro del popolo Apache): «Cammineremo sulla terra / Respireremo l’aria / Berremo dal ruscello / Vivremo tenendo la linea / Tieni la linea». Una delle canzoni più riuscite, partecipi e pregne di significato, dell’intero repertorio del musicista inglese.

The Family And The Fishing Net, ultimo brano del lato A, se possibile è anche più estremo di The Rhythm Of The Heat e San Jacinto. Al limite del disturbante. L’intro fonde trame e suoni estrapolati dal folklore etiope alla voce delle più aggiornate macchine elettroniche dell’epoca (Gabriel e il cugino Stephen Paine avevano fondato la Syco Systems per importare in UK il Fairlight e altri strumenti di ultimissima generazione), generando suoni all’opposto del rassicurante, soprattutto se messi in relazione al soggetto della canzone, il matrimonio. Tracciando un parallelo tra la cerimonia nuziale e i riti voodoo, all’istituzione più venerata dalla società perbenista Gabriel non fa sconti. La moglie è «Soffocata dagli specchi, macchiata dai sogni / Il suo ventre di miele tira le cuciture / Le curve sono rigide sulla cerniera», il padre «preoccupato, amante perduto da tempo / (…) / Prova le battute per volare e librarsi», gli invitati «Tutto intorno alle conversazioni / (…) / E le chiacchiere continuano»; i capisaldi del vincolo cristiano (ma non solo) che sconfinano nei territori della manifestazione pagana: «Voti di sacrificio, polli senza testa / Danzano in cerchio, loro i benedetti / Uomo e moglie spogliati da tutti / (…) / Mani nervose stringono il coltello / Nell’oscurità, finché la torta non viene tagliata / Passata in giro in piccoli pezzi / Il corpo e la carne / La famiglia e la rete da pesca / E un altro nelle maglie».

All’ascolto della prima facciata, i discografici devono essersi sentiti affranti. Dopo un’occhiata circospetta di complicità, devono essersi dati appuntamento al bar dell’angolo, per ritrovarsi con una mano nella tasca dove tengono il rosario e l’altra rattrappita attorno a shottini da ingollare in serie. I Have The Touch, che uscirà come secondo singolo il 5 dicembre 1982 – sull’altro lato Across The River, presente sull’album antologico Music And Rhythm di qualche mese prima –, canzone sulla necessità del contatto fisico, dell’uso delle mani in particolare come sonda (il titolo di lavorazione era Hands) –, pesantemente rigonfia di effetti elettronici, come nota di conforto gli pare un po’ poco. Molto probabilmente non li risolleverà neppure la ripresa dell’ascolto con Shock The Monkey. Perché nessuno si aspetta, probabilmente neppure Gabriel, che la canzone che apre il lato B di fatto trascini il disco a livelli di vendita ancora impensabili.

Ma Gabriel è imprevedibile. In realtà il mercato discografico stesso è imprevedibile. E non tutto ciò che viene programmato a tavolino è destinato ad avverarsi. Nonostante la proverbiale timidezza del quale la stampa lo vuole vittima, l’esibizione – di fronte a un pubblico, a una macchina fotografica, a una telecamera – è una delle tazze di te, per dirla all’inglese, che Gabriel sorseggia con maggiore soddisfazione. E con il video che appronta per Shock The Monkey supera sé stesso. In un momento nel quale MTV spopola e di conseguenza decide le sorti della musica che si vende (influencer ante litteram), per un artista avere un video che funziona è come l’asso nella manica per il giocatore di poker. Gabriel inoltre è un attore consumato, lo è dai tempi dei Genesis: difficile rimanere indifferenti alla sua performance, la ciliegina sulla video-torta di Shock The Monkey, i cui pregi sono evidenti e restano validi tuttora. Gabriel con Shock The Monkey prenderà d’assalto perfino il nostrano Festival di Sanremo, il peggiore resoconto per la musica imbalsamata italiana, abbattendosi, letteralmente, come una creatura aliena sul pubblico in sala. Lanciandosi dal palco, il 4 e il 5 febbraio 1983, per mezzo di un fune calata dal soffitto del teatro Ariston, sulle teste dei macachi esterrefatti della platea in abito da sera. Al minimo perplessi per quella canzone che non capiscono sulla gelosia (il titolo provvisorio era Black Bush, dal sottinteso riferimento sessuale) esposta di certo oltre i termini consueti, piagnucolosi ma rassicuranti, del gergo canzonettaro tricolore.

Shock The Monkey non è una canzone di immediata decifrazione neppure per gli avvezzi al catalogo di Gabriel: il protagonista si riconosce in una scimmia che «qualcosa ha buttato fuori dagli alberi» e chiede aiuto all’amata: «Ora sono in ginocchio / Coprimi, tesoro, per favore / Scimmia, scimmia, scimmia / Non sai quando scioccherai la scimmia». Ma la parola “cover”, che ricorre molteplici volte nel mondo dell’allevamento, è usato anche come sinonimo della fase di accoppiamento degli animali. Lo shock della gelosia lo fa stare male perché c’è «Troppo in gioco / (Scimmia) La terra sotto di me trema / (Scimmia) E le notizie si susseguono». Paranoia e dolore che affondano in un gorgo musicale ansiogeno, amplificati da immagini – il video girato da Brian Grant – dove figure simboliche – Gabriel/sciamano positivo del Gabriel/business man negativo confinato in un ufficio/gabbia – si alternano a uno sprofondare della psiche – i nani che lo trascinano e lo ancorano al suolo.

Shock The Monkey è un esorcismo che colpisce l’immaginazione, i sensi, udito e vista, e affascina per il poco che disvela e il tanto che nasconde. È il primo singolo estratto dall’album il 20 settembre 1982 e permette a Gabriel di entrare per la prima volta nella Top 30 di Billboard; in UK invece, raggiunge la posizione n° 58: non una partenza sparata, ma come detto è acqua che macina. Messa in onda dopo messa in onda. Tanto da diventare parte di colonne sonore di film, serie TV, persino di cartoni animati (South Park).

Al frenetico incedere, martellante, di Shock The Monkey segue una delle canzoni più intense di PG IV. Le fondamenta della solidissima Lay Your Hands On Me affondano tra piani sonori che si alternano in modo del tutto originale: la prima strofa giocata più sugli spazi vuoti di un ambiente sonoro minimale che sui pieni strumentali, le parole narrate come lettura di un brano che si alternano a un cantato faticoso come quello del ritornello; la seconda e la terza strofa percosse violentemente dal pattern della batteria di Jerry Marotta che sovrasta ogni altra presenza; fino all’acme del finale corale, un crescendo di percussioni tribali – il rock è bandito – che conferisce forza immane alla litania insistente, ipnotica, salmodiata da Gabriel, Peter Hammill e David Rhodes all’unisono, fino alla fine del brano, lasciando l’eco nell’aria oltre il tempo scaduto. Lay Your Hands On Me è una canzone sul sentirsi sconnessi da questa società consumistica e materialista. «Seduto in un angolo del Garden Grill con fiori di plastica sulla finestra / Niente più miracoli, pani e pesci, sono stato così occupato a lavare i piatti / (…) / Sto vivendo al di là dei miei modi e dei miei mezzi, vivendo nella zona di mezzo»: sono le invocazioni di un’anima che si è persa nel marasma di una vita diventata di plastica. La sommessa ma ferma richiesta di aiuto di un uomo che si trova in difficoltà e osserva sconsolato le altrui vite che si sono conformate: «Nessuna fortuna, nessuna occasione d’oro / (…) / Lavorando nei giardini, rose senza spine, uomini grassi giocano con i loro tubi da giardino / Le risate a bordo piscina hanno un morso cinico, salsicce infilzate dal satellite del cocktail / Mi allontano dalla luce e dal suono, scendendo scale che portano sottoterra».

Un uomo che può trovare guarigione nella fede, non necessariamente religiosa, ma di una persona che creda in lei, della quale inoltre fidarsi: «Ma il calore scorre ancora in me / Sento che mi conosci bene / È solo buon senso / (…) / Sono pronto, metti le tue mani su di me / Io credo, imponi le tue mani su di me, su di me su di me». Gabriel, dal vivo, alla fine della canzone si portava sul bordo del palco, si girava di schiena e si buttava di sotto a corpo morto. Come canta nella canzone, alla ricerca di un atto di fede: nei fan che lo sorreggessero.

Wallflower, che segue, è un inno alla speranza e alla libertà. «Hold on» canta Gabriel con sentita emozione, proprio come in San Jacinto. Resisti. Nell’altro brano era una intera civiltà a dovere farsi forza, qui sono i prigionieri politici, i dissidenti, gli spiriti liberi che si battono per una giusta causa a dovere resistere alle violenze, ai soprusi. Alla prigione: «6 x 6, da parete a parete / Scuri alle finestre, niente luce / Umido sul pavimento, umido nel letto / Cercano di farti impazzire, di farti uscire di senno / (…) / Ti hanno messo in una scatola così non puoi essere ascoltato / Lascia che il tuo spirito rimanga intatto, che tu non sia scoraggiato / Resisti, hai scommesso con la tua stessa vita». Quando Gabriel intona «hold on», un canto che si eleva sofferente come una preghiera, mette i brividi, commuove. È la canzone, una delle più emozionanti che abbia mai scritto, che diventa il preciso seguito di Biko. «Sebbene tu possa scomparire, qui non sei dimenticato / E io ti dico: farò quello che posso fare», conclude il musicista. Una promessa mantenuta, portata avanti con l’impegno intrapreso da Gabriel con Amnesty International e le tante cause umanitarie seguite e sostenute in prima persona, spesso senza esporsi per ottenere facile consenso.

PG IV si chiude con la canzone meno significativa del lotto. Sulla falsariga di I Have The Touch, il ritmo, frenetico in questo caso, è l’elemento preponderante del brano, soverchiante anche rispetto al significato delle parole, che sono un inno alla gioia e alla vita. Al centro della narrazione una donnona (big woman) che balla per i pescatori «bruciando con il bacio della vita», e dunque la infonde, perché oltre la traduzione letterale il “kiss of life” in inglese è l’atto di respirazione bocca a bocca. Il protagonista della canzone, il narratore, probabilmente sconsolato, alla vista della donna riprende vitalità, addirittura si lancia in esaltanti programmi su «una grande donna, una grande donna che diventerà mia moglie». È come stregato da quell’esplosione di energia: «Guardando gli occhi diversi che cambiano il tuo viso ed entrano in te / Guarda gli spiriti ridere e piangere, guardali trovare un posto dove nascondersi / Guarda gli spiriti che parlano in lingue, guardali mentre ti portano a fare un giro”. Un quadro che sembra ritornare, sotto altra angolazione, alla magia rituale voodoo accennata in The Family And The Fishing Net, grazie anche all’ultima strofa: “In fondo all’oceano giace un corpo nella sabbia / Una grande donna siede accanto a lui, con la testa nella mano / Con il calore della sua pelle e il fuoco del suo respiro / Soffia forte, rallenta in profondità nella bocca della morte». Bruciando con il bacio della vita.

Per sottolineare il distacco di PG IV da tutto ciò che aveva fatto in precedenza da solista, per la prima volta Gabriel non campare sulla copertina di un suo disco. Riprenderà subito dopo con Live, So, Us (interromperà la sequenza col secondo live, Secret World Tour, per ricomparire solo su Back To Front del 2014 in lontananza, nella penombra del palco). Su PG IV l’autore fa mettere il frame di un video sperimentale per studiare la reazione a immagini psicologicamente disturbanti. E si sa quanto sia importante la presenza fisica del testimonial – Face Value, per dirla à la Phil Collins – quando si tratta di vendere prodotti inscatolati. Si tratta senza dubbio del rifiuto di qualunque tipo di compromesso, di una sfida alle convenzioni (anche) delle leggi di marketing. L’unica concessione che fa alla label americana, la Geffen, è di apporre il titolo Security sulla cellofanatura, per mezzo di un adesivo, e sulle label del vinile. Lo stesso che accade per PG I, II, III con Car, Scratch, Melt. (Strano come gli americani, che hanno dato i natali a Stephen King, lo scrittore più prolisso della storia della letteratura, decine o centinaia di pagine inutili a ogni romanzo, non siano capaci di articolare una frase – 1vorrei il nuovo disco di Peter Gabriel» – ma abbiano bisogno di una parola precisa, netta, inconfondibile).

Di PG IV Gabriel ha realizzato anche una versione cantata in tedesco, intitolata Deutsches Album, a differenza di quanto fatto con PG III definito Ein Deutsches Album, senza articolo. Oltre alle voci, anche le backing vocals, differenze si riscontrano nel missaggio di David Lord e per molte canzoni accorciate o al contrario dilatate, e inoltre per l’ordine dei brani parzialmente cambiato.

Nonostante la popolarità conquistata da Shock The Monkey, PG IV è un album tutt’altro che di facile approccio. Ciononostante, pubblicato il 10 settembre 1982, si attesta al n° 6 della classifica UK guadagnando il disco d’Oro nello stesso anno di uscita, quello di Platino in Canada nel 1983, e conquistando di nuovo l’oro negli USA – secondo il motto “chi va piano…” – nel 1987. In altri termini, significa che la buona arte paga, che grosse frange di pubblico sono più intelligenti di quanto pensino mediamente i burocrati della discografia intenti a stilare strategie di mercato basate su formule che sono vincenti solo nei loro contorti processi di ragionamento.

Peter Gabriel dal canto suo tocca l’apice della sua opera. IV raccoglie tutto quello che si può dare da compositore e offrire all’ascoltatore in un disco: sperimentazione sonora, superamento dei cliché, impegno umanitario, scandaglio umano, autoanalisi e sincerità. La fine di un ciclo breve ma fruttifero iniziato con PG III, posteriore al dittico di inizio carriera solistica. Seguirà So, che come preannuncia il titolo – e portando felicità alla Geffen – sarà l’inizio di un nuovo corso. Ma Peter Gabriel è così. Mai troppo a lungo negli stessi panni. Una volta scimmia, camaleonte sempre.

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