Recensioni

Vedere assieme tre calibri come il cantante e chitarrista Gareth Liddiard dei Tropical Fuck Storm, il batterista Jim White dei Dirty Three e il pianista Chris Ambrams dei Necks – in più coadiuvatati alla scrittura dallo zio del primo, il poeta Ian Duhig – non può che destare immediatamente un sincero interesse. Un assaggio delle potenzialità del power trio lo avevamo avuto già a maggio, con la registrazione dal vivo di Penumbra, brano che ben rispecchiava la descrizione che i tre davano del lavoro lungo in uscita, ovvero «un mix di free-jazz, lirismo, improvvisazione, avanguardia e noise sperimentale».
Poi a settembre è arrivata la prima vera e propria anticipazione, Will The Power, che con la sua eretica invocazione («Lord, Lord, Lord, Lord There ain’t never a dull moment with a Will to power») pareva un lapillo lapidario («Once the laughter dies down it’s every man for himself») schizzato fuori dalla nuova cultura dell’apocalisse elargita dai Tropical Fuck Storm nel recente e ottimo Deep States. Ma se la canzone, con il suo honky tonk noir spalmato su ritmi sostenuti e psicosi linguistiche, aveva la quadratura di un singolo – non prettamente radiofonico, ma tanto coinciso e diretto da esserlo – è proprio con Penumbra che si poteva comprendere ancora meglio quanto la parola “lirismo” evocasse potenti spettri caveiani.
Certo, nelle sette tracce è tangibile il fantasma dei semi cattivi, ma la statura compositiva va ben oltre, aggiungendo una pronuncia che si appropria del campo sonoro in modo distintivo. Così, lo struggente jazz lunare à la Cohen di The Viaduct Love Suicide – toccante lettera di un suicidio realmente accaduto – scivola su sospensioni in cui si intrufolano incostanti dettagli ritmici che aggiungono profondità. Esistenze al margine raccontante anche nel pigro incedere notturno di She Moved Through The Fair o in Jeanie In A Bottle, dove il piano arriva a ondate, come una mareggiata inquieta e scura in cui la distorsione serpeggia sotto il pelo dell’acqua, ad accentuare l’andamento di una nenia quasi neo-folk. La stessa intensità viscerale che attanaglia il tappeto improvvisato di The Island, dove il lamento di Liddiard è sottolineato da interpunzioni di Hammond che come tremolanti luci nel buio intercettano psichedelie liquide, mentre chitarre now wave à la U.S. Maple spingono inevitabilmente la tensione lirica verso il free noise. E come anche nella registrazione dal vivo di West Palm Beach di Will Oldham, che filtrata attraverso gli stessi ingredienti acquista una potente quanto inaspettata statura.
Chiude l’album The Killing Of The Village Idiot, racconto «delle forze speciali australiane che sono andate in giro a massacrare civili in Afghanistan e recentemente indagate e arrestate per questi motivi» – Liddiard colpisce ancora. Un finale forte quanto una Song of Joy urlata di dolore su un mesto campo di battaglia a guerra finita e che esplode di dissonanze massimaliste come farebbe Merzbow in combutta con Balázs Pándi e Mats Gustafsson. Un lavoro di peso e assolutamente magnetico, ve lo garantisce anche David Yow.
Amazon
