Recensioni

Riprendendo il magico feeling nostalgico e trasognato di Ocean Songs, i Dirty Three vedono nella posa classica una felice continuazione del loro percorso artistico. Some Summers They Drop… inizia l’album proprio dove il precedente finiva, nel contempo l’evoluzione del brano introduce degli elementi nuovi grazie alle sovraincisioni. Il risultato è una chamber music suggestiva: in un primo momento, un violino anima una melodia e un secondo s’aggancia pizzicando le corde poi, due archi s’intrecciano in scale circolari in un magico gioco di specchi. Il brano unisce perfezione formale e umano trasporto, lo stesso per I Really Should’ve Gone Out Last Night, che abbandona lo studio classico per una semplice quanto efficace melodia.
Sembra che i Three riescano a compiere nuovamente il miracolo ma, alla fine, vince la maniera. I 13 minuti di I Offered It Up To The Stars & The Night, che vuole porsi, riuscendoci caparbiamente, come suggello finale dello stato dell’arte del gruppo, desta l’ascoltatore, facendogli ricordare una clamorosa assenza: Turner e White non ci sono, potrebbero benissimo essere altri a suonare.
Tutti quegli accorgimenti, che avevano fatto dell’omonimo album, e di Ocean Songs, album a tre, si riducono a un leader che dà sfogo alle proprie velleità, mentre distratti musicisti, con la mente impegnata in altri progetti, contribuiscono in nome di una vecchia amicizia.
Non è la sobrietà a mancare, anzi è proprio questa caratteristica, che portata avanti da un solo elemento, non può reggere per i successivi venti minuti dell’album. Some Things I Just Don’t Want To Know, Steller e Lullabye For Christie sono divertissement di classe ma lasciano aperti dubbiosi interrogativi sul futuro.
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