Recensioni

8

A due anni di distanza dall’acclamato Horse Stories, il trio australiano realizza quello che probabilmente è il suo disco più affascinante e compiuto, operando una svolta sottile ma significativa rispetto agli album precedenti. Prodotto da Steve Albini, l’ingegnere del suono più richiesto dell’indie-rock, Ocean Songs – canzoni dell’Oceano/sull’Oceano – raggiunge vette di lirismo e poesia solo sfiorate negli altri lavori degli “sporchi tre”. Un concept in tutto e per tutto, a partire dallo splendido artwork dipinto dal solito Mick Turner, raffigurante, in copertina, una sirena con gli occhi socchiusi, e sul retro una barca in balia delle onde e del suo canto, il tutto in tonalità celeste pastello e blu scuro.

Pare ci sia un preciso studio estetico dietro le dieci tracce che compongono l’album: gli aspetti che hanno caratterizzato la produzione di Ellis e compagni fino a questo momento vengono estrapolati, razionalizzati e piegati a uno scopo ben preciso, quello di descrivere, ricreare, reinventare l’universo marino con tutte le suggestioni, le fantasie, le immagini che da sempre la nostra mente vi associa.

Mentre Sad & Dangerous, Dirty Three e Horse Stories tendono a fotografare il forte impatto emotivo che scaturisce dalle esibizioni dal vivo della band, Ocean Songs estrae gli ingredienti che hanno dato a quel suono il suo sapore inconfondibile, dosandoli in modo più sapiente fino a ottenere una pietanza più misurata e ricca di sfumature ma non per questo meno gustosa. Sirena apre le danze con la frase minimale di Turner alla chitarra, subito incalzato da Ellis e dal drumming spezzato di White.

Nelle sovraincisioni, un violino e una viola si accavallano disegnando trame incantevoli che evolvono nel crescendo del brano. È ancora il romanticismo di Ellis a far da padrone in The Restless Waves, una melodia senza tempo che danza sulla cresta di un’onda, nel suo lento incedere da distanze inesprimibili fino a terra: viene spontaneo definire lo stile di White, onomatopeico, con i cimbali a imitare il suono dei flutti che avanzano e le rullate secche che ne evocano l’infrangersi impetuoso contro nude scogliere.

In Distant Shore la calma è riportata dalla sei corde di Turner che con pochi flemmatici accordi prepara il terreno per le incursioni di violino e tratteggia orizzonti di terre che si perdono nell’oceano. Brano centrale della raccolta è l’interminabile Authentic Celestial Music con un’altra aria memorabile di Ellis, sempre in grado di muovere sensazioni precise con sequenze minimali di note, come un burattinaio che con poche abili mosse riesce a caratterizzare e rendere vivi i suoi personaggi.

I due travolgenti crescendo sono il ponte di collegamento più evidente con i primi Dirty Three, ove questa volta il violino di Ellis assume molteplici personalità contemporaneamente, grazie a un meticoloso lavoro di overdubbing, reiterando la melodia principale, improvvisando un controcanto e facendosi droning alla maniera del nume tutelare John Cale.

Ospite in questa traccia, come pure nella successiva e distesa Backwards Voyager, David Grubbs puntella le costruzioni di chitarra e violino con grappoli di note al piano e lunghi vibrati all’harmonium. L’imperturbabile quiete di Last Horse on the Sand, la sinuosa poesia del violino di Ellis nella solitudine di Sky Above, Sea Below, sono solo il preludio all’imminente tempesta che sta per sopraffarci, come l’angosciosa e circospetta Black Tide fa presagire.

I primi undici minuti di Deep Waters, traccia più lunga del disco, risalgono dalle tenebrose profondità dell’Oceano dove le correnti che generano le mareggiate hanno origine fino all’esplosione finale in cui la batteria di White rotola sulla vertigine delle tre note di violino ripetute ossessivamente da Ellis, onda che cresce e si alza maestosa pronta a inghiottire qualsiasi cosa vacilli in superficie.

Chiude le danze la rilucente Ends of the Earth con il violinista che accompagna il suo strumento con squillanti accordi al pianoforte mentre le spazzole di White, sfiorando i piatti e il rullante, plasmano la visione dell’orizzonte lontano, della linea di demarcazione tra terra e cielo che a volte diventa così sottile e sfumata da risultare indefinibile nel monocromatismo degli elementi. Per quanto mi sforzi, mi rendo conto che nessuna parola è in grado di ricreare la magia e l’incanto che provengono dall’ascolto di Ocean Songs, esperienza unica e irripetibile, opera più evocativa e appassionante del trio di Melbourne.

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