Recensioni

Temo che non sia facile analizzare questo film con lucidità, ovvero concentrandosi – appunto – sul film e non invece sul suo protagonista (intendo quello reale, che non è Springsteen, ma il suo album-cigno nero). Certo, non escludo che esistano intelligenze tanto asettiche/algoritmiche da riuscirci, oppure – perché no? – appassionati di cinema che semplicemente non conoscono Nebraska e in generale se ne fregano di Springsteen come di tutto il baraccone del rock. Per conto mio, provo ad abbozzare un’opinione il più possibile analitica: è un buon film, ben recitato (ok Jeremy Allen White, ottimo il Jon Landau di Jeremy Strong, azzeccata la resa “in levare” del padre del Boss da parte di Stephen Graham), con buoni tempi narrativi, dialoghi asciutti ma funzionali e belle inquadrature che alternano sobrietà 70s e un’intensità desolata quasi wendersiana.
Tuttavia, al termine della proiezione la domanda che si è fatta strada prima di ogni altra è esattamente quella che ho tentato di silenziare durante tutta la visione: questo film starebbe in piedi senza l’ombra di Nebraska? Francamente, credo di sì, ma non troppo. Penso che Nebraska – tutto quello che ha significato e significa, tutto ciò che di esso abbiamo recepito e mai capiremo – sia una sorta di “fulcro esterno” del film, un personaggio fantasma, quasi sempre ai margini o fuori dall’inquadratura. Di conseguenza, non si può che confrontarsi con questo Liberami dal nulla alla luce del rapporto tra noi e quel disco, rapporto nel quale agiscono ovviamente anche altre relazioni culturali/emotive, in primo luogo quella tra noi e Springsteen, tra noi e il rock, tra noi e il mainstream. Tra noi e questo pazzo, fottuto mondo. E via discorrendo.
A questo punto è il caso di sottolineare una particolarità dell’operazione: si tratta di un biopic ispirato all’omonimo bel libro di Warren Zanes, il quale però è più un saggio critico che non biografico. Se Zanes operava di scandaglio, alternando la ricostruzione degli eventi che portarono alla creazione di Nebraska al tentativo di penetrarne il segreto strato dopo strato, la sceneggiatura del film (opera dello stesso regista Scott Cooper) evita ogni tentazione documentaristica e abbraccia in toto la forma narrativa. Nel fare questo, si allontana sensibilmente dalle tesi di Zanes per avvicinarsi a quelle accennate da Springsteen stesso nella sua autobiografia Born To Run, da cui del resto il film pesca anche per quanto riguarda i flashback sull’infanzia del Boss (a proposito: l’attore scelto per interpretare lo Springsteen fanciullo è incredibilmente somigliante).
In generale quindi il focus si sposta dal cuore nero del disco a quello altrettanto scuro della depressione strisciante con cui il Boss iniziava a fare pesantemente i conti dopo The River (quasi fosse una sorta di reazione allo stress da successo). Una depressione che affondava le radici nel problematico rapporto col padre, alle prese con demoni interiori (l’insoddisfazione da working class?), alcolismo, anaffettività e, nel lungo periodo, evidenti problemi di natura psicologica. La trasposizione cinematografica diviene così un tradimento piuttosto netto degli intenti critici di Zanes, che al contrario nel suo saggio tende a vedere nella realizzazione di Nebraska l’esigenza di tracciare un confine tra artista e rockstar, tra musica e music business, allo scopo di preservare Springsteen dal diventare “solo” un altro fenomeno rock di successo.
Non è una differenza da poco. E non è peregrino ipotizzare che lo stesso Springsteen, coinvolto nel progetto fin dalle sue prime fasi, abbia spinto per orientare il film verso la sua visione delle cose. Ciò tra l’altro spiegherebbe anche perché il libro di Zanes non sia stato citato più di tanto in fase promozionale (ci avete fatto caso?).
A questo punto sorge spontanea una domanda assai scomoda: il Boss è il più autorevole esegeta di Nebraska? Sta a lui stabilire che il punto di vista di Zanes – al cui libro pure contribuì con un’intervista – è secondario rispetto alla sua versione? Se Nebraska fosse stato un album normale, avrei risposto di sì (con qualche riserva però: perché lo sguardo critico opera entro una cornice culturale e storica che per molti versi prescinde l’elemento biografico o comunque lo getta nel quadro complessivo, come l’artista spesso non è disposto a – o non sa – fare: in altre parole, l’opera d’arte eccede spesso il proprio autore). Ma Nebraska non è un album normale. Non lo è nella discografia del Boss e non lo è in generale. E quindi?
In una delle prime scene del film, vediamo Springsteen in procinto di acquistare un’automobile. Si è già rifugiato a Cold Neck, non ha rivelato la propria identità al venditore e sembra convinto che non lo abbia riconosciuto. Ma il venditore se ne esce con una tipica frase accomodante, sostenendo che si tratta del modello giusto per una rockstar. “So chi è lei”, aggiunge ammiccando. “Beato lei che lo sa”, risponde il Boss. Questo siparietto tutto sommato banale potrebbe essere una chiave per interpretare tutta la vicenda: Springsteen non sa chi è, si sente “scivolare via” (tra parentesi: nel trionfale ritornello di Born To Run non si cela proprio questa sensazione di instabilità, di inafferrabilità, di inconsistenza? L’urlo assertivo con cui dichiara di essere “nato per correre” potrebbe non essere affatto liberatorio ma al contrario contenere il riconoscimento di una profonda fragilità esistenziale, di un costante scivolamento nel non-essere). Il musicista, il rocker, la rockstar: sono maschere dietro cui c’è un vuoto. E il materiale emotivo a sua disposizione, pure se ottimo da far esplodere sul palco, non si rivela adatto a riempirlo. La possibilità stessa di provarci lo spaventa, così fugge dalle relazioni appena dimostrano di possedere solidità. Born to run (away).
Rispetto a questo, il processo che portò a Nebraska avrebbe dovuto somigliare a una terapia, ma non lo fu affatto. Come raccontato da Zanes, e come del resto ha confermato lo stesso Springsteen, non esistevano intenzioni né tantomeno un piano per arrivare a Nebraska: molto fu dovuto a una congiuntura di eventi imprevisti, a improvvisi assalti di una strana ispirazione. Il suono stesso, quel suono che sembra provenire da un tempo e uno spazio dissestati, fu originato da una concomitanza di scelte accidentali e sprovvedute (per i dettagli, del resto accuratamente riportati nel film, vi rimando alla recensione). Intendo dire che neanche Springsteen, pur essendo colui che di Nebraska conosce più di chiunque altro, può sostenere di sapere davvero cosa sia quel disco. Da dove venga. Cosa ci sta raccontando da oltre quarant’anni. Rispetto a questo mistero, Liberami dal nulla sceglie di non fare granché: è più un film sulla difficile arte di guardare in faccia e riconoscere il male oscuro, che non su un album precipitato da chissà dove e rimasto incastrato nel punto di attrito tra benevolenza e malvagità, tra giustizia e legge, tra desideri e catene.
Resta comunque una pellicola interessante sia come dramma psicologico sia per come apre una crepa larga e profonda tra concezione industriale della canzone/album e la sua essenza liberatoria (nel senso dei demoni che libera, liberandoci casomai anche dal nulla verso cui inesorabilmente torniamo). È memorabile in tal senso la sequenza in cui Landau fa ascoltare per la prima volta Nebraska al manager della Columbia Al Teller, precisando che non avrebbe usufruito di alcuna spinta promozionale da parte di Springsteen (“no tour, no singles, no press”): uno sbigottito Teller, interpretato dal forse troppo caricaturale David Krumholtz, ribatte con quella che è forse l’unica battuta che potesse pronunciare: “vogliamo un album di hit, non un crollo nervoso!”. Ma alla fine, come sappiamo, accettò. Non poteva fare altro, ed è forse il principale motivo per cui dovremmo essere riconoscenti a Springsteen: per aver riconosciuto cioè la cruciale importanza di quel disco in cui era inciampato, da cui aveva saputo farsi possedere.
Malgrado tutto quanto scritto fin qui, mi sento di ribadire quello che ho sostenuto nelle prime righe: Nebraska è il vero protagonista di questo film. Lo è per la sua impermeabilità, per come sa farsi polo magnetico invisibile, materia oscura che piega le linee di forza narrative pur rimanendo fuori inquadratura. Nelle sequenze in cui i protagonisti tentano disperatamente di riversare quel suono anomalo e misterioso su vinile, incontrando ogni tipo di difficoltà, i loro interrogativi sono perlopiù tecnici. Alla fine il problema viene risolto in una tipica modalità “chi la dura la vince”. Nel frattempo, nessuno si chiede cosa sia davvero quel suono, quali siano le storie che lo abitano. Riluttante a farsi album, allo stesso modo Nebraska si sottrae allo sguardo cinematografico. Ma è proprio sottraendosi che si determina come soggetto autonomo, gonfio di narrazioni impenetrabili.
Non a caso il film finisce per assumere una postura ambigua rispetto al disco, anzi alla sua aura: un po’ se ne tiene a distanza, e un po’ se ne fa impollinare. Vedi ad esempio la frettolosa sollecitudine con cui vengono tirati in ballo La rabbia giovane di Terrence Malick, i racconti di Flannery O’Connor e i Suicide: gli appassionati sanno bene quanto siano stati elementi cruciali per i temi e il mood di Nebraska, e Scott Cooper sembra proprio contare su questo, ovvero decide di non approfondirli, li presenta come correlativi oggettivi di un processo che lo spettatore è tenuto a conoscere o invitato a mettere a referto e passare oltre. Sembra quasi che la loro apparizione serva a smarcare degli obblighi rispetto all’accuratezza della storia, come punti di una check-list.
In conclusione: a prescindere dal valore del film (che è, ripeto, dignitoso), siamo di fronte a una dimostrazione di quanto i biopic – pure nel caso in cui abbiano la possibilità di abbeverarsi a una fonte primaria, come in questo caso – difficilmente si rivelano adeguati a rappresentare (a restituire il senso di) momenti espressivi (musicali) anomali, un po’ come se non avessero (più) a disposizione la cassetta degli attrezzi opportuna, o avessero dimenticato la giusta inflessione dialettale. Tenuto conto di come spesso la musica del passato – anche quella mainstream – obbediva a standard non riconducibili a quelli contemporanei, profilandosi quindi come prospetticamente “anomala”, dovremmo riflettere su come l’ondata di biopic di questi anni ne stia ricodificando la percezione, o comunque prediliga inquadrature che ne tengono fuori il cuore scomodo, selvaggio, osceno. Il cui battito però, ahinoi, era esattamente ciò che contava.
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