Recensioni

Se fosse passato da The River e Hungry Heart a Born In The U.S.A. e Dancing in the Dark sarebbe stato un passo indietro. Per quanto apprezzi Dancing in the Dark, sarebbe stato uno sminuirsi. E la gente avrebbe potuto pensare, “Ok, ho capito chi è Bruce” passando oltre. O forse no. Ma Nebraska era la bandiera piantata a terra che indicava chi fosse davvero Springsteen, poco prima del suo più grande successo commerciale di sempre
Le parole di Rosanne Cash, una delle voci chiamate a testimoniare la grandezza e il senso di Nebraska, condensano una delle linee interpretative portate avanti nelle pagine di questo libro. Vale a dire, quella che sostiene trattarsi di un disco concepito come tappa di un percorso che avrebbe consentito al Boss di non disperdere la propria integrità artistica. Non tanto però come strategia comunicativa decisa a tavolino, con l’obiettivo cioè di preservare una certa immagine – un senso – agli occhi dei fan, ma per consentire allo stesso Springsteen di conciliare ciò che stava accadendo a se stesso, per proseguire nell’ascesa verso il successo senza avvertire il vuoto dove prima c’era quello per cui valeva la pena fare qualunque cosa. Anche la rock star.
D’altro canto – ecco l’altra linea interpretativa – Nebraska costituisce un evento così particolare ed enigmatico da fuggire alla presa di qualunque giustificazione strategica. Oggi come allora, ha l’aspetto di un vero e proprio “cigno nero”, di un avvenimento tanto inconsulto quanto destabilizzante, fuori da ogni schema e in pratica senza precedenti a livello mainstream (un livello che per Springsteen, dopo i fasti di The River – disco e tour – aveva raggiunto livelli altissimi). Nebraska è, per molti versi, accaduto. Le sue provenienze sono tanto ipotizzabili quanto oscure.
La visione di La rabbia giovane di Terrence Malick, avvenuta casualmente in un canale televisivo notturno, fu senz’altro un detonatore. I racconti di Flannery O’Connor costituivano materiale esplosivo dormiente, in attesa della scintilla giusta. E, certo, lo sconvolgente ascolto dei Suicide, di cui il Boss fu tra i pochi a comprendere la grandezza. C’era inoltre da fare i conti con una depressione che si irradiava sorda dietro al dinamismo travolgente di una tra le carriere più irruenti della storia del rock. Tutto questo Springsteen lo ha raccontato più volte. E lo racconta ancora nei dialoghi con Warren Zanes che punteggiano lo svolgersi di questo Liberami dal nulla.
Zanes, già chitarrista dei Del Fuegos e poi anche musicista solista, da una ventina d’anni si è dato alla scrittura con ottimi risultati, mettendo a segno tra l’altro una apprezzatissima biografia di Tom Petty. Il suo principale merito in questa ricostruzione del perché e del come di Nebraska è l’equilibrio tra ipotesi e fatti, un procedere per suggestioni che, come dire, grondano dai ricordi, dalle strane correlazioni tra eventi, ostacoli, casualità, persone. Zanes è, in poche parole e innanzitutto, uno scrittore che sa di dover rispettare la verità della materia narrativa, ma che sa anche quanto rispettarla significhi organizzarla in racconto, unire i puntini, individuare snodi e linee di forza.
La cronaca fa emergere uno degli aspetti da sempre più impressionanti – per il sottoscritto – del disco: ovvero le condizioni precarie in cui venne registrato, ovvero con un impianto non professionale (il celebre TEAC 144 a 4 piste) il cui “frutto” passò attraverso un Gibson Echoplex e quindi un radioregistratore portatile Panasonic, peraltro parzialmente danneggiato. Ne uscì una cassetta che viaggiò nelle tasche di Springsteen per settimane, a riempirsi letteralmente di pelucchi: del resto doveva costituire solo un provino, ma come sappiamo i tentativi di riprodurre quel suono, quel mistero, andarono a vuoto. Suonate con la band, quei pezzi smettevano di avere senso. Quel senso.
Altrettanto affascinante – e nel libro raccontato con dovizia di dettagli – è l’avventura del trasferimento dalla cassetta al vinile, con tutta la trafila di difficoltà tecniche a mettersi di traverso, quasi a delineare una resistenza delle canzoni a farsi album. Come se le canzoni volessero ribadire appunto quanto Springsteen stesso non avesse l’intenzione di fare un album, quanto le avesse concepite cioè come un puro emergere degli spettri e demoni che si portava dentro, e che presero vita in una stanza spoglia di una casa in affitto a Colts Neck.
Oltre a Rosanne Cash, Zanes riporta testimonianze del manager storico del Boss, Jon Landau, di Steve Earle, di Chuck Prophet, di Richard Thompson, di Dave Alvin e anche di un sorprendente Matt Berninger. Forse l’aspetto più bello, finita la lettura, è che malgrado l’indagine si svolga a trecentosessanta gradi, esplorando l’esplorabile, il mistero di Nebraska rimane intatto nella sua strana, fragile impenetrabilità. Resta la sensazione di vuoto problematico aperto al centro di un percorso artistico – quello di Springsteen con o senza la E Street Band – caratterizzato da un impeto spesso luminoso, da un’assertività liberatoria di puro stampo rock’n’roll. Con ciò viene ribadita la necessità del buio tra le righe, del chiaroscuro nell’adrenalinico, dell’inesprimibile nel consolatorio.
Springsteen stesso, ormai da anni, si mostra e agisce come se avesse palesato tutto di sé, come se fosse ormai presenza istituzionale, uomo e artista messo agli atti, esposto e consegnato alla Storia. Eppure, nel suo esprimere – nelle canzoni, nelle interviste, nello sguardo – si intravede spesso la parola che esita tra certezze e significati, un residuo fisso di ambiguità che ondeggia tra angolazioni diverse, una sfumatura di groviglio e disordine sfuggita alla limpidezza del consolidato.
Anche alla luce di questo, è bello cogliere nelle sue parole la vibrazione viva di un rimpianto: «Il mio più grande errore fu lasciare la versione di Nebraska di Born in the U.S.A. fuori da Nebraska. Avrei dovuto mettercela. Avrei potuto facilmente metterla su entrambi i dischi. Avrebbe avuto totalmente senso». Niente male, come “as if”. In effetti, molte cose in tal modo sarebbero state più chiare. Limpide.
No, non credo che avrebbe dovuto farlo. Penso che Nebraska sia perfetto così, col suo isolamento splendido e desolato. Con la sua accecante inafferrabilità.
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