Recensioni

7.5

Partiamo dal titolo: Odoya, che pure ha il non trascurabile merito di aver tradotto per l’Italia questo saggio, ha optato per Bruce Springsteen & Atlantic City, con lo scopo – presumo – di ingolosire maggiormente i fan del Boss (i quali, d’altro canto, bene farebbero a ingolosirsi). Scelta comprensibile, ma è anche un peccato, perché l’originale Meet You In Atlantic City spiega molto del senso (inteso anche come “direzione”) che si delinea pagina dopo pagina, alludendo soltanto all’aspetto musicale (e springsteeniano) della faccenda, che è ben presente, certo, aleggia ovunque, ma non abbastanza da farne un saggio musicale né un saggio su Springsteen in particolare.

È casomai un viaggio più rapsodico che analitico negli USA e nel presente, capace di rivelarsi una lettura assai acuta sul Boss e sulla musica in generale. Tanto da far nascere più volte il sospetto che parlare di musica focalizzando sulle connessioni e implicazioni con la Storia, la cultura e la realtà, sia anche il modo migliore per farlo. Un approccio fenomenico ad ampio spettro, senza alcun timore di sporcarsi le mani con le cassette degli attrezzi di altre discipline, né di spingersi al largo e in profondità.

L’inglese James Pettifer è un accademico, insegna storia balcanica a Oxford, è autore di numerosi titoli di storia, attualità e viaggi. Un curriculum che si avverte in questo volume, strutturato come un memoir (i ricordi arrivano perlopiù dal 2007, anno dell’uscita di Magic, della guerra in Iraq e della candidatura di Obama, il tutto alla vigilia della catastrofe economica che stiamo ancora scontando) ma anche come un viaggio geografico e culturale nel New Jersey, di cui l’autore rievoca gli scenari storici cruciali per la fondazione degli USA, tanto in senso politico quanto per quello che potremmo chiamare lo “spirito profondo” d’America, nazione indipendente e libera da tutto fuorché dai suoi stessi spettri.

L’ossessione per i numeri (quelli delle sale da gioco, quelli dei voti nelle urne, quelli delle vittime sulle strade – nelle fabbriche, nelle miniere, in guerra -, quelli di Wall Street…) è il leitmotiv che accompagna il lettore in una parabola che inizia con una strana lotteria per gli ultimi biglietti disponibili per il concerto di Springsteen in quel di Asbury Park e va a concludersi a Pittsburgh, dove finalmente avviene l’incontro con i numbers (negli USA anche le canzoni vengono chiamate “numeri”: curioso, no?) del Boss con la E Street Band, passando immancabilmente da una Atlantic City che riassume la precarietà vertiginosa annidata nel cuore stesso del Sogno.

È un cuore, quest’ultimo, malato e maligno, come quello simbolico ma drammaticamente reale messo in scena ne I Soprano, la serie – ambientata in New Jersey – che ha imposto nuovi standard qualitativi alle produzioni televisive, mostrando l’organicità di metodi e prassi mafiose al tessuto sociale contemporaneo, quindi ora e qui, senza cioè il lenitivo della rievocazione à la Scorsese (spietata e accusatrice ma sottilmente consolatoria, proprio per come colloca la narrazione in un passato irrecuperabile, che pure si fa substrato del presente).

Pettifer sembra possedere la lanterna magica che scova gli spiriti di cui la poetica di Springsteen si è sempre nutrita, intere epopee di sacrifici e crudeltà, esistenze divorate da lavori massacranti immerse in un brodo di razzismo atavico (nei confronti di afroamericani ed ebrei¹, oppure – nel caso specifico – degli irlandesi per gli inglesi) e competitività feroce. E poi la strada, certo, il vasto filamento nervoso della Turnpike, la sua costante promessa di affrancamento e declino. E i motori, le automobili come crepe nella quotidianità cementizia, biglietti d’ingresso nel circolo vizioso di sogno e disillusione, fughe che rimbalzano nella propria stessa colpa.

Punteggiato da excursus storici folgoranti e spunti critici sull’attualità (non privi di slancio visionario), Springsteen & Atlantic City è lo spiraglio da cui lo spettatore dello spettacolo springsteeniano può sbirciare premesse, contesto e ricadute di un fenomeno troppo spesso offuscato dalla propria stessa mitologia. Assieme all’ottimo Badlands di Alessandro Portelli, rappresenta a mio avviso un buon modo di “leggere” la vicenda e il repertorio di Springsteen come paradigma del presente. Dimensione a cui credo che il Boss abbia sempre mirato, talora riuscendoci anche oltre i meriti artistici (vedi il caso dello stesso Magic).

 

¹mentre scrivevo queste righe, sui media è arrivata la notizia di una sparatoria nel New Jersey: 6 morti. Si parla di un attentato, probabile la matrice antisemita

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