L’insostenibile virtualità dell’ipotetico: Bruce Springsteen tra oscurità e luce, Storia e artificio

(Premessa doverosa: qui non si terrà conto di quanto una canzone sia già nota, di quante volte e dove sia stato suonata e catturata nei bootleg, di tutta la contabilità insomma che costituisce nutrimento per il legittimo appetito dei fan, e del fan di Springsteen in particolare. In primo luogo, perché non ho ancora capito – alla mia veneranda età – come si riesca a diventare un fan di più o meno chiunque. Secondariamente, perché sono disponibili i cari vecchi motori di ricerca e i sempre più efficienti LLM, ben più adatti di qualunque articolo per soddisfare curiosità di tipo archivistico e nozionistico. Preferisco dedicarmi, nelle righe che seguono, a riflettere sul senso dell’operazione discografica Tracks 2, anzi di una parte di questa. La prima parte, a essere precisi. Fine della premessa).

La pubblicazione di materiali d’archivio è una pratica ormai standard, carburante sempre più vitale di un meccanismo che scava ben volentieri nel ventre molle di mitologie sedimentate per irretire l’utenza più agée, trainando in questo sensazionalismo di recupero anche le generazioni successive, o almeno quanti di costoro (dai Millennial in avanti) sentono il bisogno di vivere oggi ciò che non hanno avuto l’opportunità di vivere ieri. E vai di Deluxe/Expanded/Legacy edition come se piovesse, autentica manna emersa da sgabuzzini rimasti finora misteriosamente inchiavardati. 

Attenzione però che si rischia qui d’inciampare in un errore prospettico, ovvero di applicare al passato le prassi e la forma mentis divenute nel frattempo fattore comune, oggi che tutto è documento, ovvero informazione messa agli atti, memorizzata e invariabilmente sfruttata. La questione dei “lost album” sta in effetti tutta qui: ciò che in passato era puro dispendio di energie, work in progress senza direzione per azzeccare appunto una direzione, un esercizio di spreco (di tempo, idee, materiali) che dal nevaio delle ipotesi poteva farti atterrare sul sentiero che portava all’obiettivo, oggi vale come dato, testimonianza, documento (appunto). Quando non, addirittura, opera. 

C’è appunto questa differenza concettuale tra il primo Tracks e questo Tracks 2: se quello del 1998, sulla scorta dell’ubriacatura da ristampe innescata dall’irruzione sul mercato del CD, rovesciava i cassetti e presentava un (piuttosto godurioso) carosello di demo e outtake del Boss dagli esordi fino al Tom Joad, l’operazione di oggi ipotizza con pretese di attendibilità filologica (e mettendo in fila ottantatre canzoni, di cui settantaquattro pubblicate in forma inedita) sette album “perduti” che avrebbero potuto uscire in un arco di circa trentacinque anni, dal 1983 al 2018. Ridisegnando così la carriera, di per sé già piuttosto affollata, di Bruce Springsteen. Siamo quindi nella dimensione del controfattuale, in una specie di ucronia.         

Possiamo anche fregarcene, certo. Ovvero goderci il buono (spoiler: ce n’è) ed evitare scivolose elucubrazioni. Oppure elucubrare liberamente però tenendo ferma la natura – come dire – virtuale di qualunque conclusione. In ogni caso, mica è facile non tenere conto di sette – sette! – album, che si sarebbero incastrati in qualche modo tra Nebraska e Western Stars, ridisponendo inevitabilmente gli equilibri, i calendari, traiettoria e sostanza della discografia del Boss. Sette album ipotetici a scompigliare la linea temporale, quella cioè passata agli atti, scandita da dodici album reali. Non è, ne converrete, un affare da poco. 

Bruce Springsteen
Bruce Springsteen, foto Danny Clinch (2025)

Ho ascoltato tutto Tracks 2, ma ovviamente non ha senso esprimere un giudizio complessivo in così breve tempo. Quindi mi sono concentrato sul primo dei sette, famigerati album “perduti”. Che tra l’altro è anche il più corposo (alla faccia della sua natura fantasmatica): diciotto tracce per settantaquattro minuti abbondanti di durata complessiva. Appena otto minuti in meno del fluviale (!) The River, pubblicato – e teniamolo a mente – nell’ottobre del 1980. Curiosità: settantaquattro minuti è più o meno la durata standard di un CD, che proprio nei mesi in cui avvennero le incisioni di LA Garage Sessions ‘83 veniva proposto come supporto fonografico d’avanguardia (si sarebbe imposto velocemente: già nel 1985 Brothers In Arms dei Dire Straits superò il milione di copie vendute, grazie anche a una campagna promozionale che magnificava le qualità audio del nuovo formato, grazie anche alla tecnica di registrazione digitale DDD). 

LA Garage Sessions ’83 parrebbe, e così viene in sostanza presentato, l’anello di congiunzione tra Nebraska e Born In The USA. Segniamoci le date: le leggendarie incisioni di Nebraska avvengono a Colts Neck, nel New Jersey, tra il dicembre 1981 e il gennaio 1982, con alcune propaggini nella primavera dello stesso ‘82, mentre il disco uscirà a settembre dello stesso anno; quanto a Born In The USA, la questione si fa più spalmata, ovvero le sessioni hanno luogo tra gennaio 1982 e marzo 1984, a New York. La storia è nota, anche se non limpida: ciò che sentiamo in Nebraska dovevano essere i provini per il successore del fortunatissimo The River, ovvero Born In The USA, ma tra i due si sarebbe intromesso, appunto, Nebraska. Un intruso. Un cigno nero. Un disco che sembrava perfino e misteriosamente rifiutarsi di prendere la forma di un disco, rimanendo allo stato di musica (per i dettagli, vi rimando alla recensione). 

Stiamo parlando, insomma, di un passaggio molto delicato, oscuro della vicenda discografica e umana di Springsteen. Che tra l’81 e l’82 si trovò a vivere sull’orlo di una crisi depressiva conseguente alla sovraesposizione e allo stress del The River Tour, centoquaranta date (!) in USA ed Europa tra ottobre 1980 e settembre 1981. Successo. Fama. Soldi. E un boccone nero che non andava giù e si ingoiava il senso di tutto quel luccicare. Nebraska, insomma, nasce già sotto strane costellazioni che lo rendono interstiziale, un lavoro di confine: è un rituale, un modo per spremersi il conflitto dall’anima goccia dopo goccia, per sancire l’alleanza profonda tra il musicista e le storie di cui si nutre, la connessione con lo spirito profondo di un’America sempre più fuori dagli obiettivi della società mediatica, spettro che si vorrebbe neutralizzare a maggior gloria del neocapitalismo rampante, ma pur sempre vivo, reale. Realmente vivo.    

Quanto ad efficacia terapica, è presto detto: come racconta lo stesso Springsteen nell’autobiografia Born To Run del 2016, dopo l’uscita di Nebraska si ritrovò in un cul de sac creativo ed esistenziale. Troppi spettri, in quel disco. Che cadde sul mercato come un asteroide notturno ingoiato dal mare: provocò brividi, fu amato dai fan, ma non fu propriamente un successo. Del resto, non intendeva esserlo, anzi. Complessivamente, divenne quasi subito ciò che da allora è sempre stato: un album-diverticolo, una strozzatura insidiosa da tenere d’occhio e tanto meglio se confinata ai margini della narrazione springsteeniana. Di cui comunque ha sempre costituito il contrappunto salvifico: non a caso il bel libro Liberami dal nulla di Warren Zanes ha suscitato abbastanza interesse da costituire il canovaccio di un film – diretto da Scott Cooper, interpretato da Jeremy Allen White – in uscita a ottobre 2025. Nebraska, insomma, è interessante perché già di per sé anomalo, slogato dai percorsi tipici delle rockstar (anche di una rockstar come Springsteen). Un cupo e vertiginoso anello di congiunzione, peraltro messo a terra nella forma grezza delle incisioni casalinghe. 

Bruce Springsteen, foto Danny Clinch
Bruce Springsteen, foto Danny Clinch

E quindi, alla luce di quanto detto: cosa sono queste LA Garage Sessions ’83?

Nella già citata autobiografia, Springsteen non ne fa cenno. Racconta di essersi trasferito a Los Angeles, dove si era comprato una villetta nelle Hollywood Hills (il successo, i soldi…). E di avere accettato il consiglio di rivolgersi, come si dice, “a uno bravo” per affrontare la depressione incipiente. Seguì un percorso terapeutico, stavolta vero. E ne ottenne benefici. Nel libro a questo punto il Boss passa a raccontare le sessioni di Born In The USA, che in parte dovevano ai semi piantati con Nebraska (tra cui la stessa Born In The USA, la canzone, in origine come tutti sanno sbocciata in forma di folk ballad cupa e tignosa). Insomma, nel 2016 il Boss non ritenne di fare cenno alle sessioni losangeline del 1983. Forse per motivi di sintesi: in effetti non gli mancava materiale narrativo per riempire un’autobiografia comunque corposa. O forse per senso della misura: quelle sessioni erano pur sempre un work in progress, proiettili traccianti sparati per verificare la gittata, per ipotizzare l’obiettivo. Oppure, chissà, non ne aveva fatto cenno per pudore. 

Fatto sta che in quel 1983, nel guado tra Nebraska e Born In The USA, col groviglio nel petto che grazie a un bravo professionista stava imparando a sciogliere, Springsteen a Los Angeles dette vita a queste sessioni. Per la precisione (ma non senza approssimazione) ebbero luogo tra gennaio e aprile, in uno studio improvvisato nel garage della villetta sulle Hollywood Hills. Springsteen lavorò da solo, quindi in “modalità Nebraska”, aiutato dal fido Mike Batlan, all’epoca suo roadie. Oltre a chitarre e armonica, la strumentazione era costituita da una drum machine Linn e da uno o forse due sintetizzatori. Fine. Le tracce che ne uscirono e che adesso costituiscono questo album ipotetico tradiscono più scopertamente la loro natura di demo di quanto non facessero le incisioni di Nebraska. Suonano cioè come canzoni in attesa – e bisognose – di vestiti migliori, già piuttosto avanti invece per quanto riguarda la composizione (come è evidente ad esempio in My Hometown e Shut Out The Light, di cui conosciamo le versioni finali). Al contrario, quelli di Nebraska non erano demo, ma canzoni che significavano proprio per come suonavano, cioè per come nel loro suono echeggiasse l’inquietudine desolata che si respirava nella pancia nera in cui presero vita (difatti ogni tentativo di farne una versione più “prodotta” non portò ad alcun risultato: Springsteen ne usciva regolarmente insoddisfatto). 

Ciò che sentiamo in LA Garage Sessions ‘83 sono invece, appunto, demo, sinopie di canzoni. E suonano come un risveglio alle luci dell’alba, l’anima ancora fragile per il ricordo sbiadito dei demoni notturni, la voce e le mani spinte dalla sottile bramosia di riallacciare i fili per ristabilire la connessione con, beh, un qualche tipo di futuro. E proprio come se Nebraska fosse stato un incubo, Springsteen pone il perno poetico e stilistico su The River, su quella parata di fantasmi 50s e 60s indolenziti ma tutto sommato vividi. Lo fa senza riuscire del tutto a nascondere lo sforzo necessario ad accantonare Nebraska, ma in fondo riuscendoci.

Se decidiamo di stare al gioco e fare un giro sul trenino dell’ucronia, una qualsiasi speculazione sul senso di questo album non credo possa prescindere da quel brano posto all’inizio, Follow That Dream, pezzo portato al successo da Elvis Presley nel 1962, amatissimo da Bruce forse per quel suo struggersi in un sogno agrodolce e sicuramente per il testo che tra le altre cose recita:   

Now every man has the right to live
The right to a chance to give what he has to give
The right to fight for the things he believes
For the things that come to him in dreams

Rispetto alla versione del Re del rock’n’roll, nelle mani di Springsteen l’aura dell’American Dream scivola dalle parti dell’elegia, pur conservando una specie di iridescenza sacra, il palpitare luminoso e sottilmente autorevole della speranza. Altrettanto significativo è come la scaletta si chiude, ovvero con quella Fugitive’s Dream (versione ballad, mentre a metà programma ne troviamo una versione più “mossa”) che sembra indicare il lato scuro della strada, il vicolo cieco in cui ogni parabola individuale può scivolare quasi senza accorgersi, scambiando i sogni ingannevoli per possibilità:   

And night after night, the same dream keeps coming ‘round
I’m standing high in the green hills on the outskirts of town
The night air fills my lungs and rustles my shirt
In the distance, I can see the building where I used to work

Lo sguardo quindi ricomincia a guardare il mondo alla luce del giorno, ritrovando le stesse ferite interne, le distorsioni organiche al sistema stesso. Il sogno da inseguire è inafferrabile e (leopardianamente) fuggitivo. Non stupisce che manchi, nel “pallido scrutare” di questo disco ipotetico, il singolo travolgente, di cui invece i precedenti album di Springsteen (Nebraska escluso, ovviamente) erano generosamente forniti, e che non mancheranno nelle scalette degli album successivi. Tenuto conto di qualche guizzo rock’n’roll (Don’t Back Down On Our Love, Little Girl Like You) e di mid-tempo non privi di un certo mordente (la cassa dritta di One Love, la ruspante Don’t Back Down, la quasi wave The Klansman) il tono è complessivamente pacato, un folk-pop col limitatore di volume e velocità, forse perché il destinatario di queste canzoni (la maggior parte ballad) è lo stesso Springsteen, il suo bisogno di elaborare, smussare, mettere a tacere, riempire il serbatoio, ripartire. 

Non mancano episodi intensi, perlopiù a base di chitarra acustica ed emulsione di synth, come la già nota Johnny Bye Bye, crepuscolare elegia del mito rock’n’roll (con citazione esplicita di Elvis e implicita di Chuck Berry) una Black Mountain Ballad che fa atterrare il melodramma nel quotidiano rurale (“I awake in the darkness and call your name”), quella Richfield Whistle che sgrana una tipica parabola di “perdizione edificante” diluendo i temi di Nebraska fino a renderli potabili (e un pizzico tediosi), mentre Unsatisfied Heart convoca una chitarra elettrica radente per costruire un ibrido folk-wave sull’insoddisfazione come demone che intossica l’esistenza “normale”:

One night I woke up
And as my wife did sleep
I got dressed in the darkness
And I fled into the street

Nel complesso è uno Springsteen che mette in gioco i propri temi, la calligrafia, lo sguardo ad alzo zero, la prima persona come punto di vista universale sull’inarrestabile implosione dei sogni. Con padronanza, sì, ma come se proprio quest’ultima fosse l’obiettivo: recuperare cioè il contatto col se stesso musicista, autore, narratore. Non a caso alle canzoni – seppur mediamente buone – difetta il senso di lacerazione e lo slancio vitalistico (o una sintesi di queste due), il darsi all’ascoltatore suggerendo una progettualità anche raffinata però lasciandola uno o due passi dietro l’impeto a pronta presa dell’approccio: elementi e angolazioni che avrebbero reso grande Born InThe USA, album pienamente popular, certo, adrenalinico e persino gioioso, tuttavia portatore insano di malanimo, di quella – appunto – insoddisfazione che nel decennio segnato dalla reaganomics penetrava sempre più a fondo nel cuore dell’American Dream.        

Il senso di questo LA Garage Sessions ’83 pare insomma e innanzitutto (auto)biografico. Come (ipotetico) anello di congiunzione musicale non aggiunge elementi di rilievo al già complicato passaggio del percorso discografico di Springsteen in quei primi anni Ottanta. Più interessante è semmai ciò che fa intuire sulla vicenda umana, su quella fase interstiziale tra il “fare musica” e il “fare dischi” che mise in crisi lo stesso Springsteen, spingendolo a realizzare un album tanto anomalo quanto folgorante come Nebraska, autentico “negativo” rispetto a ciò che stava diventando e che sempre più sarebbe stato.

Più ancora, tutta l’operazione Tracks 2 è interessante perché non si limita a mettere a disposizione materiale inedito che potrebbe gettare nuova luce sul passato, ma suggerisce una rilettura del passato stesso attraverso una sua riscrittura. Non è la prima volta che accade: si pensi a quanto fatto recentemente da Neil Young con Homegrown e Chrome Dreams, o prima ancora da Brian Wilson con Smile, dagli eredi di Jimi Hendrix con First Rays of the New Rising Sun, da George Martin e i Beatles superstiti col Let It Be Naked… 

Niente di nuovo quindi, salvo che nel caso di Tracks 2, come si dice, le dimensioni contano. Considerata la mole del materiale, e come era del resto nello spirito del progetto, siamo piuttosto vicini a una massa critica in grado di spostare il baricentro del repertorio springsteeniano. Sette ipotetici album inediti collocati in un periodo che ne ha effettivamente visti uscire dodici non sono, come dire, una postilla. Intendo dire che siamo oltre la filologia, oltre quel bisogno di porre riparo a certe imponderabili pieghe degli eventi che hanno impedito ad uno o più album di essere ciò che nelle intenzioni dei loro autori avrebbero dovuto essere (un po’ come i “director’s cut” nel cinema per intendersi). Qui c’è molto di più: Springsteen ci propone una versione alternativa del (suo) passato, imponendolo garbatamente a tutti noi, fan o meno. Ci dice: questo è ciò che avrei potuto fare. Questo è come le cose sarebbero andate se… Se cosa?    

Penso che un aspetto vada tenuto ben fermo: non è andata così. Ciò che è stato ha avuto senso per come è stato. L’ascolto di tanti pezzi inediti è, lo confesso, gratificante, a tratti inebriante. Ma collocarne il senso in uno ieri già dato sotto forma di album ipotetici confezionati oggi (quindi recanti inevitabilmente l’impronta di criteri che appartengono al nostro presente), mi sembra un’inferenza inaccettabile nei confronti del passato stesso (quindi del presente che ne è bene o male scaturito). E semplicistica. E, va da sé, artificiosa. Una prevaricazione del simbolico, un retroagire allucinato. Dalle ricadute complesse.

Detto che non riterrei il dolo commesso da Springsteen intenzionale ma al più colposo, e ribadito che la riedizione – diciamo così – revisionista degli archivi non può certo dirsi un fenomeno nuovo, temo che Tracks 2 costituisca un salto di livello così strutturato da paventare una prassi nuova e una sua possibile messa a sistema. Questo vale specificamente in ambito rock, che non smette affatto di proporre novità di un certo interesse (anche molto interessanti, suvvia), ma che innanzitutto può contare – non lo scopriamo certo oggi – su un grande futuro dietro le spalle, ovvero su un assai vasto repertorio che si presta particolarmente bene a essere riproposto attraverso narrazioni ristrutturate ad hoc (si veda, in ambito cinematografico e televisivo, la fortuna dei biopic musicali da qualche anno a questa parte). 

Di tutto ciò bisogna tenerne conto anche alla luce di quanto sta accadendo sul fronte delle AI generative. Cosa c’entra? Pensiamoci: sotto molti aspetti lo scenario che ci propone Springsteen in Tracks 2 è virtuale, una vera e propria realtà storica controfattuale, un gioco – come detto – ucronico. Se si tratta appunto di giocare con l’immaginario, potrebbe non essere scandaloso ipotizzare la pubblicazione di album “perduti” generati dall’AI di turno (Suno e simili) in forza di prompt ingegneristicamente e filologicamente accuratissimi, quindi album mai esistiti neppure a livello di intenzione, scopertamente artificiali ma tuttavia credibili, plausibili come tessere di un mosaico (la Storia del rock) non più immodificabile, almeno sul piano della fantasia (sempre che il concetto stesso di fantasia non necessiti di essere rinegoziato, in bilico com’è tra virtuale e attuale). Vi chiedo: cosa pensereste se sulla vostra piattaforma di streaming preferita vi proponessero, chessò, l’ascolto di un “ipotetico album perduto” di Dylan risalente al 1968, dei Pink Floyd un’ultima una volta con Barrett nel ‘69, di Laura Nyro o Patti Smith negli anni del provvisorio ritiro dalle scene (primi ‘80), o del combo Nico, Kevin Ayers, John Cale e Brian Eno se nel ‘75 avessero deciso di dare un seguito in studio al celebre June 1, 1974, eccetera? Ne sareste più sconcertati, schifati o incuriositi?

Più in generale, e per chiudere, credo che il bisogno di rinegoziare il passato – e in qualche caso di reimmaginarlo – debba molto alla latitanza di un qualche futuro su cui far atterrare le nostre prospettive, in cui proiettare un’ipotesi plausibile di noi. Di un futuro, cioè, abitabile. Almeno nel modo in cui abbiamo abitato – o avremmo voluto abitare – il passato. Tracks 2 acquista senso e forza proprio in questo scenario, contiene cioè la nostra indolenza – il nostro scoramento – di fronte a quello che il rock può (o non può) fare per noi, può fare di noi, in questo frangente storico. Ha senso nella misura in cui ci spinge a ripensare il passato, illudendoci che plasmandolo lo si possa ri-attualizzare, sovrapporlo al presente così da assolvere la latitanza del futuro. Il qui-e-ora non è mai stato tanto ipotetico. Per parafrasare il caro vecchio Morpheus: benvenuti nel collasso del reale.       

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