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A ridosso del trentennale della pubblicazione di Washing Machine è spuntato un indizio che ha agitato più di un feed. Su alcuni social ufficiali della band, infatti, è apparsa la lavatrice della copertina originale del disco, con al posto di Sonic Youth un secco 2026. Immagine rilanciata direttamente da Kim Gordon, mentre Steve Shelley ha fatto eco nelle stesse ore, pubblicando questa foto oltre ad altri post celebrativi. Il fandom l’ha letto come un messaggio neanche troppo cifrato e ha iniziato a fantasticare su una ristampa deluxe o, per i più romantici, su un ritorno in scena con annesso tour. Nessuna conferma, solo un promemoria visivo perfetto per questo album, che rappresenta un ciclo che riparte quando sembra finito, una promessa che lavora per durata più che per annuncio.

Washing Machine è il momento in cui i Sonic Youth scelgono la durata come nuovo doping percettivo. Non più scatti e fratture, ma trance elastica. Un rock che ruota a giri lunghi e cambia di una frazione a ogni passaggio. Come ricorda la Gordon stessa su Instagram: “This was my favorite recording experience with sonic youth. We went to memphis, ate a lot of barbecue, went to al greens church on easter sunday, made some hot jams!“. Tra gennaio e maggio del 1995 la band si sposta infatti a Memphis, agli Easley Studios, per una coproduzione Sonic Youth e John Siket. Arrivati a quel punto, è il gesto più sobrio e più radicale che potessero permettersi. Non inseguono lo zeitgeist alternative, ormai in saldo, piuttosto lo rallentano fino a farne clima. E dentro quel clima cambiano postura, perché Kim Gordon sta quasi sempre alla chitarra, l’assetto a tre chitarre trasforma le dissonanze in una camera di risonanza, meno coltelli e più correnti. Nel frattempo Thurston Moore e Lee Ranaldo ascoltano molto materiale krautedelico. Soprattutto i Can, a loro dire.

Del resto la tracklist del disco è una collezione di storture radicali, dall’apparenza dimessa. Becuz entra come una stretta di mano esitante. La frizione c’è, ma è trattenuta come se testassero la densità dell’aria prima di affondare. Junkie’s Promise promette l’esplosione e invece apre una cavità operativa in mezzo al brano, un vuoto che diventa protagonista. La title track è una sorta di manifesto domestico-cosmico. Il feedback massaggia le orecchie e trasforma il rumore in arredamento di interni; Kim canta in sottrazione, parole-oggetto su uno scaffale. Poi c’è Little Trouble Girl, una deviazione di velluto, un girl-group in controluce, con le armonie di Kim Deal, Lorette Velvette e Melissa Dunn a stemperare la lega del disco.

Tutto però sembra gravitare ed essere assorbito, come in prossimità di un buco nero, da The Diamond Sea. Un brano che in 19 minuti e 35 secondi cancella la distinzione tra canzone ed ambiente. La cadenza narcolettica lascia quasi pensare che non succeda nulla, tra melodia, armonia e arrangiamenti, e invece succede tutto: overtones che risalgono come bollicine, un drumming che diventa marea di fondo, chitarre che si allungano come orizzonti. È un gesto classicista e futurista insieme. Classicista perché chiama in causa la lunga durata già praticata da minimalismo e drone music; futurista perché lo piazza in un album major, nell’anno in cui l’industria chiede agganci pop immediati, non orizzonti. La versione single ne dà il negativo fotografico, con una innocua radio edit intorno ai cinque minuti e un alternate ending a 25 e rotti che continua a fluttuare in avanti, come a dimostrare che la forma non ha perimetro.

Tutt’attorno, la biografia dei quattro agisce come un campo magnetico di forze. La nascita di Coco, il flusso X-Girl, l’aver attraversato i primi anni ’90 fra Dirty e Experimental Jet Set come reduci lucidi degli ’80, non come profeti stanchi. Washing Machine è il momento in cui capiscono che la vera avanguardia, in quel preciso 1995, è abbandonare il culto dell’atto eroico e sostituirlo con la pratica e suonare come si coltiva. Da qui la scelta di studio, l’aria negli arrangiamenti, la dinamica mai schiacciata, il rifiuto di correre contro un presente che nel frattempo è diventato packaging. Laddove la cultura MTV trasforma il privato in confessionale e il dissenso in uniforme, il gruppo costruisce un’altra uscita di sicurezza: l’anti-cinema, il long take sonoro, l’attenzione che torna virtù.

Nel ’95 tante strade si incrociano. Pavement e Guided by Voices rifiniscono la miniatura scheggiata, gli Stereolab ritualizzano il moto perpetuo, lo slowcore dà lezioni di sottrazione, il post-rock ai suoi prodromi disegna mappa e bussola di quello che verrà. Washing Machine dialoga con tutto questo ma sceglie una linea originale, in cui la canzone viene vista come una piattaforma per processi, non come una teca per le idee. È anche un disco di “figura intera” nella loro storia, di una band che ha trovato spesso linfa di vita nell’astrattismo. Torna la vertigine di Sister e Daydream Nation ma ripulita dallo sprint metropolitano; resta l’intimità di Experimental Jet Set, questa volta portata in spazi più ariosi. Il suono cerca profondità di campo, non prospettive forzate. Siamo vicini agli Yo La Tengo di Electr-O-Pura, a certe costellazioni Seefeel, a un’ombra di MBV che rinuncia al collasso romantico.

A guardarne l’eredità, si capisce ancora di più, quanto già si intuiva all’epoca, ovvero che Washing Machine è l’anticamera della fase finale dei Sonic Youth e quindi della fine. Da lì in poi ci saranno deviazioni sempre più fuori asse. Saranno il portale degli SYR e la legittimazione di A Thousand Leaves a portare la libertà para-improvvisativa negli interni, fino all’equilibrio urbano-poroso di Murray Street, la levigatura senza addomesticare di Sonic Nurse, e agli addii senza tragedia di Rather Ripped e The Eternal. Più in largo, il disco fornisce un lasciapassare mainstream alla lunga durata come forma pop praticabile. Da allora non è solo un privilegio di nicchie colte, diventa opzione per chiunque voglia trattare la ripetizione come prisma e non come difetto. Lascia anche un’etica, ovvero la band major che si autorizza a disertare la gara del colpo di scena e a investire nella manutenzione del proprio ecosistema sonoro. È un metodo di convivenza musicale. Togliere narcisismo all’urgenza e restituirle funzione, trasformare l’esperimento in routine, la routine in habitat.

Anche la copertina, con la t-shirt azzurra e il lettering semplice, fa l’opposto della posa. Nessuna simbologia criptica, nessuna stratificazione iconica. È il readymade dell’ordinario promosso a insegna. Una scelta quasi punk nella stagione del feticismo grafico. Ti dice che il contenuto è altrove, nel tempo che scorre dentro i brani. Anche la micro-ingegneria del tracklist racconta il progetto, vedi la coda di Becuz separata come scheggia, i singoli con versioni estese e alternate che trasformano l’album in work-in-progress, il mastering che non fa il disco ma lo lascia respirare. Sono dettagli che riconducono tutto all’idea-madre di dilatare, non decorare.

A trent’anni dalla sua uscita Washing Machine suona come un test clinico riuscito. Misura lo svuotamento del futuro ma offre un protocollo per abitare la pausa. Non è una resa, ma una disciplina. Il suo segreto è aver preso il rumore – materia bollente negli anni ’80, merce lucidata nel ’95 – e averlo riportato a temperatura ambiente, per mostrarne le venature. È un disco che insegna a guardare il quadro senza farsi abbagliare dalla cornice, a restare nella stanza finché l’occhio non registra la vibrazione della luce. Da lì nasce la sua strana immortalità. Non perché contenga il pezzo definitivo, ma perché ti ricorda che il tempo, in musica, è già contenuto. E che, se gli dai spazio, spesso è lui la cosa più moderna che abbiamo.

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