Recensioni

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Il contesto, come sempre, è tutto. Anche per i dischi rock che col passare del tempo si tende a cristallizzare come avatar di un momento storico, nati perfettamente formati e pronti per le enciclopedie e le schede Wikipedia del futuro. Vale anche per Dirty, naturalmente. Superato lo shock nell’abbinare quel titolo alla parole “trent’anni”, per provare a ragionarci sopra, non si può non tenere conto non solo delle aspettative che avevamo (si perdoni il pluralis maiestatis da “ragazzi del ‘99” che raccontano ai nipotini la Grande Guerra Grunge), di cosa auspicavamo e cosa segretamente temevamo, ma anche e soprattutto di cosa si aspettavano, auspicavano e temevano i Sonic Youth stessi. Cosa avevano in testa nella primavera del ’92, quando si mettono al lavoro sul nuovo disco? Ci sarà stato un momento in cui Thurston, Kim, Lee e Steve si sono guardati in faccia e si sono detti “ok, adesso che facciamo?”. O magari no, magari se ne sono serenamente sbattuti di tutto con la solita nonchalance newyorkese.

Sta di fatto che se c’è stata una congiuntura storica contemporaneamente piena di opportunità e di rischi, nell’arco della carriera dei Sonic, è stata proprio quella. Un anno prima erano in tour in Europa con i fratellini Nirvana, le Hole, i Dinosaur Jr, i Mudhoney, le Babes in Toyland, tenero circo punk’n’roll ancora inconsapevole di cosa stava per accadere, fissato per i posteri nel documentario 1991: The Year Punk Broke di Dave Markey (il titolo, classico esempio di profezia auto-avveratasi, si riferiva ironicamente ai Mötley Crue, che in quel periodo avevano fatto una cover dei Sex Pistols, sciagura che sanciva in realtà la morte definitiva del punk). Un anno dopo i Nirvana sono in testa alle classifiche di tutto il mondo, l’underground è schizzato non solo overground ma direttamente sulla luna, vengono offerti contratti principeschi a gente come Tad o gli Helmet, e la casa discografica (guarda caso la stessa di Cobain e soci) comincia a battere il dito sull’orologio dicendo “ok, ragazzi, parliamone”.

Quello che i Sonic Youth avrebbero poi definito, con il consueto misto di coolness e pretenziosità, «il nostro esperimento major» era del resto già iniziato con Goo. Gran disco, che aveva venduto duecentomila copie in un anno e mezzo. Una cifra oggi impensabile per un gruppo del genere (no, anzi: per qualunque gruppo), ma che allora era giusto sufficiente ai contabili della Geffen per non sbatterli fuori dal roster. Soprattutto dopo Nevermind. Che fare, dunque? La risposta della band è semplice: continuare a fare i Sonic Youth, ma con un po’ di fine tuning per adattarsi ai tempi senza svendersi.

Primo contentino alla label: mettere in cabina di regia Butch Vig. Essendo i Sonic Youth, lo avevano scelto non tanto per quel che aveva appena fatto con il blockbuster sulla bocca di tutti, ma per il suo lavoro con i Die Kreuzen (lo stesso motivo, tra l’altro, per cui lo avevano scelto i Nirvana). Gesù, i Die Kreuzen…cos’è che si diceva sui trent’anni che sono passati? Comunque. Oggi “radiofonico” è un termine che forse non ha più molto senso, o comunque non è quello che poteva avere nel 1992. Anche perché se suoni rock, per giunta vagamente sperimentale, sai già che in radio non ci finirai mai. Per i Sonic Youth di allora invece la prospettiva era tutt’altro che irrealistica, e all’epoca, se si esclude MTV, nulla come le radio (non quelle “college” che erano state fin lì l’alveo naturale della band, ma proprio i network e le grandi stazioni FM) poteva garantirti una esposizione inimmaginabile.

Dunque tocca lavorare sulla compressione del suono, ripulire lasciando “sporco” (come chi passa l’aspirapolvere sulle parti visibili del pavimento, ma se poi alzi il tappeto…), insomma creare i presupposti per finire in heavy rotation senza sputtanarsi. Missione compiuta perfettamente. E a parte i soliti rompipalle, nessuno alzò il sopracciglio. Non chi scrive, comunque. Ricordo perfettamente l’ascolto tremebondo dei primi trenta secondi di 100%, il brano d’apertura. Un’eruzione di chitarre 100% radiofonica e 100% Sonic Youth. Sospiro di sollievo.

Altro accorgimento per tararsi sulle aspettative del mondo là fuori, in quel momento: niente viaggi strumentali, niente trip sonici prolungati, nessuna Expressway to yr Skull. Anche questo già sperimentato su Goo, ma qui la scaletta è ancora più delineata su brani compatti (ok, a parte cose come l’hardcore picchiatello di Nic Fit), e se tirare in ballo formule come “forma canzone” in genere fa ridere e ancora di più in riferimento ai Sonic Youth, in fondo è esattamente di quello che si parla. Canzoni assolutamente rock’n’roll come la già citata 100%, con i suoi leggeri riverberi glam, o Sugar Kane, uno dei due pezzi più ricordati dell’album (dell’altro tra poco).

Ci sono gli hooks, ci sono le frasi melodiche, ci sono i riff, c’è una (relativa) concisione. Purr è l’amicone Iggy incrociato con gli Stones, Orange Rolls, Angel’s Spit dimostra che l’influenza tra Kim Gordon e Courtney Love si era manifestata in entrambi i sensi. Tagliamo corto: l’esigenza per i SY è quella di sbattere ancora in faccia a tutti, executive della Geffen compresi, il loro essere punk. Perché è da lì che venivano, era lì che guardavano ed era lì che volevano rimanere. Il termine “post-punk”, che oggi si applica a cani e porci e che per i Sonic sarebbe stato corretto almeno in ottica cronologica, allora per fortuna non lo usava nessuno. E ai Sonic Youth non piacevano neanche “alternative” o “indie”. Si diceva punk, e basta.

A questo proposito: un aspetto che definiva l’universo punk degli anni ’80 e primi ’90 era la sua ambivalente relazione col passato rock pre-’77. Il grunge, in questo senso, avrebbe portato quella tensione latente al punto di rottura, facendo una scelta ben precisa. Nel caso dei Sonic Youth il rapporto era dialettico, problematico ma comunque fertile. I loro dischi erano sia musicalmente che nei testi pieni di riferimenti obliqui alla (contro)cultura degli anni ’60, Ranaldo era ed è rimasto tutta la vita un Deadhead, il loro mondo si era formato anche su annate di Creem e Rolling Stone, oltre che sugli insegnamenti di Glenn Branca.

Dirty è il disco in cui per la prima volta, almeno per quanto riguarda il suono, questa attrazione-repulsione prova a venire risolta e non solo enunciata. Theresa’s Sound-world è psichedelia tutto sommato molto classica, Wish Fullfillment, proprio di Lee, potrebbe sembrare nei momenti tranquilli una ballata torbida di Lou Reed, dei R.E.M. o di Neil Young. Con il crazy horse, peraltro, i Sonic Youth erano andati in tour due anni prima, scontrandosi con la realtà dei fatti rispetto a cosa era diventata l’eredità dei Sixties: una manica di panzoni quarantenni con la coda di cavallo e pieni di tatuaggi che alzavano cartelli con scritto “Fuck Iraq” (era in corso la Guerra del Golfo mk1). Altro che boomer contro millennial.

Visto che si parla di politica, a rendere ancora oggi modernissimo Dirty è la prospettiva femminile e femminista di Kim Gordon, che canta almeno metà dei brani e imprime sull’album la sua personalità come mai prima di allora. Kim giganteggia, in questo disco. È il linguaggio a risuonare contemporaneo, non essendo semplicemente rivendicativo ma acutamente mimetico e sarcastico rispetto alle storture endemiche del patriarcato e alla sua suddivisione dei ruoli: le modelle considerate niente più che bambole di carne buone per le copertine dei fashion magazine di Swimsuit Issue, le groupie di Drunken Butterfly («I love you, I love you, I love you…what’s your name?»).

A proposito di statement femministi, anche se cantato da Thurston c’è ovviamente quel «I believe Anita Hill, judge will rot in hell» che rimane uno dei passaggi più memorabili della canzone, per ovvie ragioni più memorabile di Dirty, ovvero Youth Against Fascism. Anita Hill è una avvocatessa che in quel periodo denunciò le molestie contro di lei da parte di un potente giudice federale, Clarence Thomas, in un processo che negli States fece epoca. Youth Against Fascism è, in perfetto stile SY, tutt’altro che lineare e comprensibile nel testo, cosa che non gli ha impedito – specialmente in Italia, dove notoriamente capiamo sempre tutto a cazzo di cane – di diventare un inno politico, manco fosse Contessa di Paolo Pietrangeli.

In realtà è tutto più complesso, perché se da un lato la rabbia antifascista è genuina e l’odio per i nazi cosa buona e giusta, dall’altro il punto focale della canzone è quel «it’s the song I hate». Il mettersi davanti a uno specchio, riconoscere il formalismo deteriore di certi atteggiamenti pseudo-militanti, la finzione dell’assumere una posa, la politica che a forza di slogan diventa pop culture. Tutte intuizioni perfettamente spendibili anche oggi, anzi forse più oggi di trent’anni fa, quando i social erano al massimo materiale per un romanzo distopico.

Strano pensare che un album che con un altro termine d’epoca venne definito “commerciale” (lo fu, ma non così tanto, alla fine) sia sotto diversi aspetti anche uno dei più moderni, riascoltati oggi, nella discografia dei Sonic Youth. Suona dei suoi tempi, ma ci parla stranamente anche di questi. E a parte tutto ciò, è ancora un disco che suona meravigliosamente, in grado anche dopo trent’anni di far alzare dalla sedia i nostri culi impigriti e disillusi. A proposito: per scrivere questo pezzo non ho neanche fatto lo sforzo di andare a tirare fuori il vinile dallo scaffale, sono rimasto al computer e l’ho ascoltato in streaming. E un po’, adesso, mi sento dirty anch’io.

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