Recensioni

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Rispettando l’ormai consueta cadenza biennale, i Sonic Youth hanno dato alle stampe, puntuali come la morte, questo nuovo Sonic Nurse, aggiungendo così un ulteriore episodio alla loro più che ventennale discografia. Come è avvenuto per altri artisti del loro calibro, forti di una lunga carriera di successi e di conquiste innegabili, i semidei dell’indie rock sono approdati a una consapevole maturità artistica. Lungi dal dormire sugli allori, seppur coscienti del loro status leggendario, non rinunciano comunque per questo ad una frequente attività concertistica e discografica. A che pro, ci si potrebbe chiedere? E’ infatti risaputo che ognuno dei componenti della band è coinvolto in svariati side-projects e attività affini, e tanto potrebbe bastare per tener vivo ogni tipo di fermento artistico, a prescindere dal glorioso marchio di fabbrica. E invece, la produzione discografica su major procede regolare, a proseguire con naturalezza un percorso artistico non ancora concluso, anche se inevitabilmente prevedibile in certi esiti. In molti, tra addetti ai lavori e fan, sono conviti che agli ex ragazzi newyorchesi sia ormai rimasto ben poco da esprimere musicalmente. Quindi, cosa vuol dire Sonic Youth nel 2004? Anzitutto bisogna prendere atto che, a partire dal 2000, si è aperta una nuova fase, tutt’ora in corso, della carriera del gruppo newyorchese. Chiuso il decennio che li ha visti padrini di un’intera generazione di musicisti, i Sonic Youth hanno varcato le soglie del terzo millennio dovendo far fronte ad un incidente rivelatosi cruciale per il proseguimento della loro carriera: il furto, dopo un concerto sulla West Coast nell’estate del 1999, di tutte le chitarre, gli amplificatori, gli effetti a pedale che li avevano accompagnati per quasi vent’anni. Una seccatura per qualsiasi altra band, una vera tragedia per i Sonic Youth: quella strumentazione, opportunamente manipolata, non era stata soltanto un imprescindibile elemento nella costruzione del loro suono, ma anche e soprattutto la chiave verso nuovi e inusitati percorsi rock, stimolando un determinato approccio compositivo e favorendo certe dinamiche di gruppo. Per ammissione di uno sconsolato Lee Ranaldo, insieme a quegli strumenti sono andate perdute per sempre molte canzoni del vecchio repertorio. Così, alla Gioventù Sonica è toccato ricominciare da capo e, paradossalmente, l’utilizzo di un equipaggiamento standard ha “costretto” i Nostri ad intraprendere vie di fuga espressiva fino ad allora non contemplate. A nutrire ed in qualche modo influenzare questa palingenesi ha senz’altro contribuito l’inaspettata entrata in line-up di un nuovo elemento: il polistrumentista, cantautore e produttore Jim O’Rourke (ex Gastr del Sol e Red Crayola), conosciuto durante le scorribande avant-garde della SYR, l’etichetta personale per la quale i Sonici pubblicano i vari side projects e i lavori più sperimentali a loro nome. Con questo assetto, dopo l’interlocutorio NYC Ghosts & Flowers (2000), tra i meno accessibili della loro discografia, già con Murray Street (2002) la band ha imboccato la via di quello che, orientativamente, si potrebbe definire un indie rock d’autore. Ed è in quest’ottica che va definitivamente inquadrato Sonic Nurse: smussati gli angoli, gli ex ragazzi hanno sviluppato una scrittura sempre più rivolta verso un songwriting classico, non rinunciando comunque a divagazioni chitarristiche di scuola Crazy Horse (già tratto distintivo di A Thousand Leaves, 1998) e all’inconfondibile sound (in tal senso, Pattern recognition è un concentrato di vent’anni di carriera). Tenendo a mente la sua produzione solista (in particolare Eureka ed Insignificance), si può ben scorgere lo zampino di Jim O’Rourke: ancor prima che sonoro, il suo apporto ai Sonic Youth sembra proprio consistere in un approccio più tradizionale alla composizione, più etereo ed evocativo senza comunque perdere in espressività, nell’accostare al classico rumore atmosfere sospese e rarefatte (Unmade Bed). Questo si traduce, in termini puramente musicali, non solo in una maggiore ricercatezza nelle melodie vocali (comunque sempre presenti), ma anche in una tessitura armonica più accurata e presente, specialmente nelle linee di basso (non a caso opera del nuovo arrivato nella maggior parte dei casi), più fluide e strutturate, che vanno a costruire piuttosto che a decostruire. In tal senso, Sonic Nurse risulta anche più completo e vario del suo predecessore. Anche se molti ascoltatori troveranno questo album irrimediabilmente “già sentito” e autoreferenziale (fatto effettivamente riscontrabile in diversi episodi, su tutti la trascurabile Kim Gordon and the Arthur Doyle hand cream), basta prendere in esame il dittico finale I Love You Golden Blue / Peace Attack per avere un saggio della maturità compositiva raggiunta dai Sonici in tempi recenti; la prima, facendo leva sulle impalpabili elettroniche di O’Rourke, prende il volo con la voce della Gordon, mai così leggera ed evocativa almeno dai tempi di Shadow of a doubt (Evol, 1986); la seconda mette in luce il limpido e solare songwriting di Thurston Moore che, nel ricordarci a più riprese la lezione di Neil Young, si rivela ancora una volta straordinariamente dotato in tal senso. A proposito, volendo rispondere al quesito posto all’inizio di questa recensione, nell’ascoltare questo disco viene quasi naturale associare gli attuali Sonic Youth proprio al Loner canadese e ai suoi Crazy Horse, di cui i Nostri sono diretti discendenti e più che degni eredi. Fossero tutti così i dinosauri…

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