Recensioni

7.1

Il chitarrista John Etheridge, “the quiet constant”, continua a portare avanti la legacy dei Soft Machine con una nuova prova che arriva a un anno dalla scomparsa di Mike Ratledge e dai festeggiamenti per i suoi 50 anni nella band. Seguito di Other Doors (2023) e del fortunato Hidden Details, Thirteen, nomen omen, è il tredicesimo capitolo di una saga coerente con i suoi molteplici passati, capace di proiettarsi nel presente.

La formazione resta invariata rispetto alla precedente prova, con il multistrumentista Theo Travis che alterna assoli liberi di sax e flauti in trame ariose, spesso meditative e conversazionali. È un ritorno al cuore pulsante del progetto – il jazz rock – al netto di patafisiche e muscolarità ratledgeiane, in un personale mid-seventies cinematic universe, in dialogo invisibile con Robert Fripp, David Gilmour e Gong, con i quali Travis ha appunto collaborato; il tutto avvolto da incensi psych, gommosità fusion (Beledo Balado) e grandangoli ambient (Disappear).

Di prog c’è soprattutto il fraseggio melodico, anche circolare (Time Station), più che la costruzione dei brani, ma le eccezioni – come The Longest Night – non mancano, conferendo alla tracklist un suo dinamismo e tensione. Duttile, umorale, impressionista, talvolta ritmato e “urbano” (Green Books), il canovaccio vede Travis protagonista, con Etheridge a tenere le fila ma capace di lasciare il segno quando prende la scena (magnifico nella sopracitata The Longest Night). Strutturali ed efficaci, Fred Thelonious Baker al basso, anche fretless, contribuisce alla morbidità, mentre Asaf Sirkis alla batteria dosa pieni, accenti colorati e dinamiche su un piano ritmico interessante.

Un disco all’altezza della loro storia, che oltre a un omaggio a Robert Wyatt contiene un contributo postumo di Daevid Allen, cometa della formazione prima di fondare i suoi Gong (che a proposito hanno pubblicato nello stesso giorno un validissimo album di inediti).

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