Album
The Soft Machine Fourth
-
sentireascoltare
- 9 Novembre 2014
Pubblicato il 28 febbraio 1971, Fourth è il quarto capitolo discografico dei Soft Machine che segue ad un anno di distanza Third. Rispetto al capolavoro della band, che contava sulla celebre Moon In June di Robert Wyatt, il sound matura (e s’imbriglia) in un jazz (poco) rock completamente strumentale; la premessa alla fase per la quale il combo è più noto.
Dalla psichedelia degli esordi e al prog rock della precedente prova, la formazione inglese approda a un sound urbano, denso e urgente nei migliori momenti, ma in altri punti, e a più riprese, derivativo e poco a fuoco, soprattutto nei sentimenti che vuole comunicare. Il mood stranito, dalle tastiere di Mike Ratledge nell’iniziale Teeth (peraltro il collegamento più forte con gli esordi), come avvolto nelle nebbie del basso di Hugh Hopper in Kings And Queens, oppure esasperato dal sax di un onnipresente Elton Dean (Fletcher’s Blemish), sottolinea la generale melanco-anemia di un album che prima di tutto vuol farsi ammirare e rispettare ancor prima che amare. Un gigante dai piedi d’argilla? Eppure sempre un gigante, che sarà senz’altro importante per lo sviluppo del jazz inglese a venire.
Come è noto il contributo creativo di Wyatt al disco è stato minimo. Il batterista e cantante a quel punto aveva già inciso l’album solista The End Of An Ear (scrivendoci ironicamente sulla copertina “cantante pop senza lavoro attualmente batterista dei Soft Machine”) e fondato i Matching Mole. Ma anche relegato al solo drumming (vedi Virtually), il suo ultimo apporto ai Soft Machine risulta ugualmente prezioso per duttilità, accento e precisione, nell’economia di un disco a suo modo importante – che del rock, a ben vedere, conserva ben poco e viceversa al post-bop del Miles Davis di fine Sessanta e al free jazz di Ornette Coleman e Charles Mingus deve tanto, forse tutto. E proprio Virtually, la suite in quattro parti che occupa l’intero lato B, rappresenta il fulcro del disco: un crescendo basato sull’improvvisazione guidata dai fiati che, a un certo punto, si libera in un tripudio di atonalità per poi sciogliersi in un avvolgente commiato ambient(ale) affidato alle tastiere di Ratledge.
A contribuire ad alcuni arrangiamenti – come da tradizione della band – troviamo un gruppo di musicisti aggiuntivi, ovvero Roy Babbington, già al lavoro con Keith Tippet e il cui apporto al contrabbasso si rivela da queste parti essenziale nei nuovi equilibri del combo, e una sezione di fiati comprendente Mark Charig (corno), Nick Evans (trombone), Jimmy Hastings (flauto alto, clarinetto), Alan Skidmore (sassofono tenore), che in alcune parti toglie mordente più che aggiungerlo.
Tracklist
Streaming
Spotify
Voti
Amazon
Discografia
Vota
