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I primi due in 3, il terzo in 8. Non è un indovinello, ma il banale conteggio dei membri dei Soft Machine nei primi tre album: dopo due dischi in terzetto, l’ambizioso doppio album Third vede la partecipazione di ben 8 musicisti. È il primo, evidente segnale che c’è un drastico cambio di rotta, per certi versi epocale.

Il nucleo della band che è sempre stato della partita è anche quello che finora ne ha fornito il tratto distintivo più marcato: da una parte Robert Wyatt, batterista funambolico e riconoscibilissima voce in mezzo falsetto, dall’altra Mike Ratledge, pianoforte e tastiere, che col suo organo effettato dal fuzz ha creato l’elemento forse più caratteristico del Canterbury sound. Il terzo membro invece è cambiato dal primo al secondo disco: sull’esordio omonimo c’era uno stralunato Kevin Ayers a puntellare con una chitarra psichedelica le frenesie dei suoi compagni, sul Volume Two subentrava Hugh Hopper, fondamentalmente un bassista, che contribuiva a dare al suono maggiore geometria, seppur ancora densissima di irregolarità. Elemento non accreditato ma già essenziale è poi Elton Dean, sax e saxello, ed è questo il quartetto base che si presenta alle registrazioni del terzo album.

Gli altri quattro componenti della band sono Lyn Dobson (flauto e sax), Nick Evans (trombone), Jimmy Hastings, già nei Caravan (clarinetto e altri legni) e Rab Spall (violino). Per quanto questa metà del gruppo possa apparire meno determinante dell’altra, di fatto contribuisce a far sì che il 50% dei musicisti suonino strumenti a fiato (e, si noti en passant, nessuna chitarra): sarà di fatto una caratteristica fondamentale di Third. Insomma, ci sono tutte le premesse per un disco maestoso, potente nel suono e nell’impatto, un colossal predestinato. E fondamentalmente sì, sarà così.

C’è però un aspetto da non trascurare, quando si parla di Third. Otto persone sulla stessa barca non sono facilissime da gestire, e questo rende il disco un po’ freddo, distantissimo dall’esuberanza contagiosa dei primi due. Il fatto è che in cabina di comando Wyatt e Ratledge sono da qualche tempo ai ferri corti, col primo ancora intenzionato a esplorare il formato della canzone patafisica, e il secondo decisamente orientato alla musica strumentale, ricca di influenze che vanno dalla classica al jazz modale alla contemporanea. Alla fine sarà quest’ultimo ad averla vinta (con Wyatt che resisterà ancora per il quarto album, per poi lanciarsi in nuove avventure), ponendo le basi per l’evoluzione non solo dei Soft Machine, ma anche dell’ondata jazz rock che sarà un filone importante nella musica degli anni ’70; forse non al livello di Bitches Brew o di Birds of Fire, ma di pochissimo. In realtà Third è un disco cerniera tra il jazz rock e il progressive; ma come sempre avviene per i dischi targati Canterbury, malgrado alcuni elementi rimandino al prog (ad esempio lo sviluppo di un unico pezzo sull’intera faccia del vinile: qui ce ne sono 4 su 4), non vi appartiene che in parte.

A questo punto possiamo soffermarci più in dettaglio sui pezzi che costituiscono il disco, che sono come detto soltanto quattro, della durata media sopra i 18 minuti. L’apertura è per Facelift, un pezzo di Hopper registrato dal vivo, che inizia con un dialogo abbastanza destrutturato tra tastiera e sax e solo dopo 5 minuti introduce il tema, retto dai fiati e con un drumming tribale non a caso mixato abbastanza basso. Lo sviluppo evidenzia ancora un riff frenetico dei fiati al quale risponde l’organo di Ratledge, con una coda di chiara impronta jazz rock e solo alternati di flauto e sassofono, prima della ripresa del tema nella chiusa. Il seguito è Slightly All The Time, uno dei due brani firmati da Ratledge, e curiosamente è il basso di Hopper a essere subito protagonista (in Facelift era una presenza trascurabile), reggendo da leader l’intera struttura del pezzo.

Gli intrecci tra i fiati, le tastiere e la batteria sono qui notevolissimi, anche perché si appoggiano su una classica atmosfera canterburiana di dolce malinconia e creano un effetto onirico davvero suggestivo. Dopo più o meno un terzo del pezzo, il ritmo prende una brusca accelerata, pur mantenendo lo stesso schema armonico, con il flauto di Dobson a guidare le danze, per poi sfociare in una nuova sezione che ricorda abbastanza, in costrutto e sonorità, Esther’s Nose Job del secondo album. Chiusura con un’altra sezione sognante seguita da un brutale aumento dei bpm e ultimi frenetici interventi solisti del sax.

Facciamo ora un passo indietro: cosa pensare, dopo averne ascoltato metà, di questo disco? Per chi già conosceva i Softs, la vera novità è che sono passati oltre 35 minuti senza che si sia palesata la voce di Wyatt, e con lei il formato della canzone snella e paradossale che finora era stato un marchio di fabbrica per il gruppo. Forse non se n’è sentita la mancanza, poiché la musica ha un suo valore (in particolare Slightly All The Time è veramente portentosa), e l’esecuzione dell’ottetto è impeccabile. Ma forse “troppo” impeccabile? Forse a questa perfezione formale è ancora da preferire la sbilenca vena surreale dei dischi precedenti? A giudicare da com’è invecchiato l’album, che molti ritengono il migliore della band, la risposta sarebbe negativa. Ma contemporaneamente, molti estimatori di Third ritengono che il suo apice sia proprio il pezzo ad appannaggio di Wyatt… e quindi?

Lasciamo all’ascoltatore la voglia di dare una risposta a questo quesito e vediamolo, questo pezzo firmato da Wyatt, che occupa la terza faccia del doppio album e si chiama Moon in June. La storia vuole che il povero Robert, messo in minoranza da Ratledge e in sostanza dal resto della band, abbia praticamente registrato tutto da solo: oltre a voce e batteria, basso e tastiere assortite, oltre ad aver praticamente prodotto il pezzo. Ora, se il gruppo alla fine accetta di inserire nel disco anche la composizione del batterista negletto con cui non si va d’accordo, qualche motivo ci dev’essere… ad esempio, che si tratta di un puro e semplice capolavoro. E non c’è molto altro da aggiungere: costruita con oltre mezza dozzina di diverse melodie una più bella dell’altra, pervasa da un’atmosfera costantemente sognante seppur in contesti formalmente diversi, con un Wyatt vocalmente in stato di grazia e un’espressività mai raggiunta prima, e una coda di pura creatività noise, la Luna di giugno è veramente qualcosa di magico, struggente, ineguagliabile. Una delle vette assolute della storia del rock.

Eppure, rimane il pezzo più alieno di Third. Sembra essere una cosa a parte, un elemento estraneo rispetto alla direzione intrapresa dai Soft Machine. E probabilmente lo è. Tant’è vero che sulla quarta facciata torniamo alla musica strumentale e ad atmosfere di nuovo molto distanti dal formato canzone. Out-Bloody-Rageous, altro brano di Ratledge, inizia con una panoplia di tastiere che rimandano in modo abbastanza esplicito a A Rainbow in Curved Air, disco di Terry Riley uscito l’anno precedente e già una milestone del minimalismo – anche se forse qui sarebbe più opportuno parlare di musica atonale. Anche in questo caso l’intro dura 5 minuti e poi lascia spazio a un riff dominato dai fiati, poi a un lungo solo di organo col sostegno di un pianoforte. La seconda metà del pezzo è un ritorno all’ambientazione notturna e misteriosa di certo Canterbury – l’impatto è emozionalmente fortissimo, anche quando il sound esplode in un crescendo teso e inafferrabile, per poi ripiegare su una vertigine di tastiere come all’inizio del pezzo. Diciamo che indubbiamente anche Ratledge, nel 1970, aveva da dire la sua come compositore.

Resta una sensazione dicotomica nel valutare Third nel suo complesso; prese singolarmente, tutte le 4 composizioni sono di grande valore, ma proprio quella che forse è il capolavoro massimo, Moon in June, sembra essere un po’ fuori dal contesto del resto dell’album. Il match Ratledge-Wyatt, per farla breve, finisce in parità. E va bene così.

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