Recensioni

Tutta la luce che non vediamo, nuovo successo di Netflix che dal debutto è schizzato subito in prima posizione tra le serie più viste sulla piattaforma, rimanendovi ancorata a lungo, è prima di ogni altra cosa un lavoro di squadra. Tratta dal romanzo omonimo vincitore del Premio Pulitzer di Anthony Doerr, si tratta dell’unione di due delle voci più caratteristiche del mondo dell’intrattenimento, sia per quel che riguarda il piccolo che il grande schermo. Parliamo ovviamente di Shawn Levy e Steven Knight, ovvero regista e sceneggiatore del progetto, con il primo anche in veste di produttore.

Nel corso della sua carriera, Levy ha provato a portare avanti la tradizionale commedia demenziale americana, aggiornandola agli anni Duemila in un processo di ammodernamento che dura ancora oggi. Lo ricordiamo non solo per la trilogia di Una notte al museo, ma anche per i remake di Una scatenata dozzina e de La pantera rosa (con Steve Martin nel ruolo che fu di Peter Sellers). Dal 2011, Levy inizia a mostrare un certo attaccamento verso storie con protagonisti personaggi in età pre-adolescenziale, così dopo Real Steel (passato quasi inosservato, ma assolutamente da recuperare), ha quindi prodotto quella che ad oggi rimane ancora la serie di maggior successo di Netflix, Stranger Things. Forte di un meccanismo ormai rodato e di un perfetto equilibrio tra comicità e avventura, figlia degli anni ’80, nel 2022 arriva The Adam Project, con le star Ryan Reynolds e Mark Ruffalo e trampolino di lancio per Walker Scobell (futuro Percy Jackson per Disney+).

Da The Adam Project, Levy torna a collaborare con Ruffalo e sceglie come partner in crime Steven Knight, poliedrico sceneggiatore e occasionalmente regista, capace di passare con disinvoltura tra un genere e l’altro lasciando comunque il segno: dal noir cronenberghiano (La promessa dell’assassino) al melò sentimentale (Allied – Un’ombra nascosta), passando per il thiller politico (Millennium – Quello che non uccide) e il biopic (Spencer). Knight, tuttavia, rimarrà scolpito nella memoria degli spettatori per aver creato e scritto l’epopea criminale di Peaky Blinders, con Cillian Murphy (di recente visto in Oppenheimer di Christopher Nolan) nel ruolo di Thomas Shelby.

Ebbene, il connubio per questo adattamento del romanzo di Doerr si rivela perfetto e capace di consegnare allo spettatore un prodotto che, pur non eccellendo particolarmente, rimane impresso per la forza del suo messaggio e per la semplicità con cui lo mette in scena.

La miniserie racconta le vicende di due adolescenti, Marie-Laure LeBlanc, una ragazza francese cieca e Werner Pfennig, un giovane tedesco costretto a combattere per la Germania nazista nella seconda guerra mondiale. La prima conduce clandestinamente una trasmissione radiofonica nella Saint-Malo occupata dai nazisti con cui diffonde in maniera criptata delle informazioni decisive agli alleati americani; il secondo è incaricato di intercettare ogni genere di trasmissione radio o codice nemico, ma entrambi sono accomunati dall’amore per una stessa trasmissione radio che ascoltavano quando erano bambini. Per questo motivo, Werner farà di tutto per mantenere il segreto di Marie.

Forte di un messaggio che verte moltissimo sull’ascolto e sulle insidie che la vista non riesce a smascherare, Tutta la luce che non vediamo gode soprattutto delle ottime interpretazioni del suo cast; se Aria Maria Loberti è una sorpresa, c’è la conferma di Louis Hoffmann, che dopo l’ottima prova nella serie Dark, mostra un’ottima predisposizione verso quei personaggi sofferenti e predestinati a una sorte avversa. Inutile dire che l’aggiunta di Ruffalo e soprattutto di Hugh Laurie nei panni di un partigiano disilluso ma con la passione per le scienze è il valore aggiunto di questa produzione che non perde mai di vista il suo obiettivo (al netto di qualche caratterizzazione eccessiva, come il villain nazista sopra le righe di Lars Eidinger che ricorda un po’ i villain di Indiana Jones).

La conoscenza e la verità sono armi potenti e gli unici strumenti che il genere umano possiede contro l’ignoranza che a sua volta genera superstizioni e falsi idoli. Spauracchi in grado di innescare gli orrori più terribili. Tutta la luce che non vediamo ci ricorda quanto sia impegnativo, difficile e talvolta quasi impossibile non perdere mai la speranza, ultimo baluardo contro l’annientamento non tanto della specie, quanto di ciò che rende umani.

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