Recensioni
James Mangold
Indiana Jones e il Quadrante del Destino
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Nicola Rakdej
- 2 Luglio 2023

Prima del fedora marrone, della frusta, del fascino irresistibile o del sorriso beffardo, è il Tempo a scolpire i contorni del personaggio di Henry Jones Jr./Indiana Jones (Harrison Ford), “di giorno” professore di archeologia presso l’università di Princeton e “di notte” temerario predatore di tesori leggendari «che dovrebbero stare in un museo».
Che sia in un’aula gremita di studenti adoranti (e poi annoiati) o pericolosamente incastrato in un marchingegno mortale, Indiana vive in funzione della Storia, di quello che è stato e di quello che potrà essere, perchè è stato cresciuto con l’idea che la conoscenza e la conservazione del nostro passato siano la ragion d’essere della famiglia Jones (e dell’umanità, o almeno così dovrebbe essere se il fine è un futuro migliore).
Non a caso la sua immagine è spesso ricoperta di sabbia o polvere, un velo che protegge i misteri più antichi e che ha l’inconfondibile sapore del remoto, dell’avventura; così come, a parte diabolici stregoni indù o sovietici dediti al paranormale, è ovvio che i nemici giurati di Indiana siano il suo esatto opposto, i nazisti che bruciano i libri per riconvertire (quindi cancellare) la Storia secondo scopi personali.

Ma, per quanto romantico, l’essere fuori dal tempo rappresenta una forma di condanna, che ha trasformato l’esperto di letteratura medioevale Henry Jones Sr. (Sean Connery) in un genitore freddo e distaccato e, di conseguenza, ha impedito a Henry Jones Jr. di conoscere il figlio, il greaser Mutt Williams/Henry Jones III (Shia LaBeouf), fino alla sua maggiore età. A quanto pare, dopo aver salvato il mondo svariate volte e «aver visto cose di cui non c’è spiegazione», è questo il prezzo da pagare se porti il cognome Jones e, in particolare, se ti chiami Indiana (o Indy per gli amici): salvaguardare il passato e il futuro vuol dire lasciarsi scappare il presente.
«Non sono gli anni, amore, sono i chilometri» disse ad una giovane ed impavida Marion Ravenwood (Karen Allen), poi madre di Mutt, e infatti la condanna persiste proprio a causa dei chilometri percorsi lontano da casa e nonostante gli anni accumulati. Così il nuovo film dedicato a Indiana Jones non poteva che riguardare il Tempo Perduto (o Tempo Maledetto) e la scoperta del Destino riservatogli dalla Storia.
È strano che Steven Spielberg non abbia voluto dirigere Indiana Jones e il Quadrante del Destino, quinto capitolo di una saga multimediale che ha segnato la Storia del Cinema e l’immaginario di almeno tre generazioni di spettatori. E non solo perché è stato lui, insieme all’amico George Lucas, a creare il personaggio ispirandosi agli eroi del cinema classico (e a quelli dei fumetti), ma anche perchè con Indiana Jones ha impostato un modello per quanto riguarda «il ritorno della grande avventura» al cinema (recita così la tagline del poster de I Predatori dell’Arca Perduta, S. Spielberg, 1981).

La storia del Quadrante del Destino, che ha avuto una genesi lunga e travagliata, è effettivamente materia di Spielberg, soprattutto dopo le rivelazioni del recente The Fabelmans (2022); Lavoro, Famiglia e Passione sono i grandi concetti che hanno definito il Maestro di Cincinnati, quindi è chiaro che ci siano tracce anche nella saga di Indiana Jones (per approfondire meglio, si rimanda alla recensione e allo special sul 30° anniversario di Jurassic Park). Comunque si è ritagliato il ruolo di executive producer con Lucas e ha supervisionato il lavoro del suo sostituto, James Mangold, regista di bellissimi film quali Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line (2005), Logan – The Wolverine (2017) e Le Mans ’66 – La grande sfida (2019).
Germania, 1944. I nazisti sono riusciti a trovare la Lancia di Longino, la lancia che trafisse il corpo di Cristo. Indiana Jones viene catturato mentre sta cercando di recuperare la preziosa reliquia; lui come l’amico Basil Shaw (Toby Jones), professore di archeologia presso l’università di Oxford. Su un treno diretto a Berlino, pieno zeppo di tesori da consegnare al Führer, i due eroi conoscono l’astrofisico e matematico nazista Jürgen Voller (Mads Mikkelsen), il quale è convinto che esista un manufatto più potente della Lancia, la macchina di Antykytera inventata da Archimede: secondo la leggenda può rivelare la presenza di anomalie temporali e, dunque, permettere il viaggio nel tempo. Lo studioso tedesco possiede una metà dell’oggetto, dato che l’inventore siceliota lo spezzò in due per paura che se ne potesse fare uso sbagliato.
New York, 13 agosto 1969. È il giorno dell’allunaggio e del pensionamento di Indiana Jones. Stanco, disilluso, amareggiato, l’archeologo abita in un piccolo appartamento pieno di scartoffie e ricordi: Marion se ne è andata, al suo posto solo le carte per il divorzio. Dopo un’ultima lezione sull’Antykytera, data a studenti svogliati e disinteressati, Indiana incontra Helena Shaw (Phoebe Waller-Bridge), sua figlioccia nonché figlia di Basil. La ragazza gli propone di partire per un’ultima avventura alla ricerca delle due metà del Quadrante di Archimede, un viaggio reso possibile grazie agli appunti che il padre le ha lasciato prima di morire (ne era ossessionato). Ma Helena non rivela a Indiana di essere ricercata dalla CIA e da un gruppo di mercenari capitanati dall’ex nazista Jürgen Voller, sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale.

Al di là delle tematiche evidenti, come la caducità dell’eroe leggendario o il potere soprannaturale dell’Antykytera, tutto in Indiana Jones e il Quadrante del Destino ha a che fare col concetto di Tempo ed è la bella intuizione che hanno avuto gli sceneggiatori (James Mangold, i due fratelli Butterworth e David Koepp) per omaggiare e concludere la parabola di Indiana. Si parte con una lunga sequenza ambientata nel passato, un flashback al cardiopalma e con un retrogusto anni Ottanta, che esplica bene la volontà di chiudere un cerchio. Infatti, come un vero e proprio tuffo nella nostalgia, ci sono i nazisti, tesori antichi (di natura cristiana e pre-cristiana), esplosioni, sparatorie, inseguimenti, travestimenti, scazzottate, frustate e battute sarcastiche.
Poi arriva un presente ambientato all’incirca dieci anni dopo gli eventi del criticatissimo Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo (S. Spielberg, 2008). Il brano Magical Mystery Tour dei Beatles [dall’omonimo album, 1967] sveglia di soprassalto il protagonista, collassato la sera prima sulla poltrona del salotto. Quella musica rumorosa proviene dall’odiato vicino, visivamente dedito alla contro-cultura, che sta dando una “festa mattutina”. Subito intuiamo che Indiana non sopporta niente di ciò che ha attorno, mai come prima si sente fuori dal tempo, spaesato in un’America che tende verso un futuro fantascientifico (l’allunaggio) rimanendo lontana dagli orrori causati nel presente (la guerra in Vietnam); per questo non apprezza nemmeno la Space Oddity di David Bowie [da David Bowie (aka Space Oddity), 1969].

In Indiana Jones e il Quadrante del Destino il lato drammatico della vecchiaia è più forte e ricorrente che nel precedente episodio, dove invece era solo un pretesto per qualche battuta ironica; Spielberg non voleva che Indiana risultasse troppo fragile, non era ancora giunto il momento. Oggi Harrison Ford si diverte a sottolineare la caduta del suo personaggio, cosa che ha già fatto per Han Solo in Star Wars Episodio VI – Il risveglio della Forza (J.J. Abrams, 2015) e Rick Deckard in Blade Runner 2049 (D. Villeneuve, 2018). Sintomatica la breve sequenza in cui riceve in dono dai suoi colleghi un brutto orologio da tavolo, praticamente un memento mori per la pensione.
Abbandonato dall’amata Marion, Indiana è rimasto circondato dai fantasmi e dai rimorsi, e il più grande riguarda il figlio ritrovato ma perso di nuovo; nel corso della storia si capirà che fine ha fatto il personaggio di Shia LaBeouf, cancellato dopo le numerose polemiche ricevute, e il motivo, seppur trattato in modo sbrigativo, è perfettamente coerente con il tono del film. Ma ancora una volta è la Storia a “salvare” Indiana Jones dalle sue debolezze, a farlo ritornare all’azione, a rimettetelo su rotte (s)conosciute e desiderate.
Innanzitutto il nazista di Mads Mikkelsen (di nuovo nei panni di un villain) è l’anello di congiunzione tra l’archeologo e un passato di gloriose avventure. Sebbene nei fatti sia privo di carisma o di oscuro fascino, Jürgen Voller condivide con Indiana Jones la sfasatura col presente e la voglia di tornare indietro, di tornare a vivere laddove si sentiva a casa. L’Antykytera gli serve a tale scopo, per realizzare il suo desiderio di invertire e rovinare la Storia, ed è un’idea che forse, per la prima volta, balza pure nella testa di Indiana quando ritrova Helena.
È interessante notare che, secondo il racconto del film, l’astrofisico tedesco abbia aiutato la NASA a spedire l’Apollo 11 sulla luna, come se avesse voluto distrarre l’Occidente-vincitore con l’illusione del futuro. Gli Stati Uniti non devono più risultare splendenti a tutti costi, infatti la CIA pare quasi un’organizzazione criminale con cui Helena ha un debito di qualche sorta.

Ed ecco il meraviglioso personaggio di Phoebe Waller-Bridge, altro ponte tra Indiana e il 1944 (essendo la figlia di Basil che non vede da anni). Mentre il protagonista e l’antagonista vivono nel e per il tempo che fu, Helena ha cancellato ciò che è stata da bambina per diventare una versione di sé cinica, furba, arrivista e spietata (anche lei di riflesso alle ossessioni paterne); per citare gli eredi espliciti della saga, entrambi appartenenti al mondo videoludico, è più vicina al ladro Nathan Drake di Uncharted che alla miliardaria Lara Croft di Tomb Raider.
Ammaliante spalla comica e combina-guai, la ragazza è espressione sia degli anni Sessanta, quelli della rivoluzione sessuale (ha lei il compito di flirtare, non Indiana), ma anche degli anni Trenta/Quaranta, perché scritta seguendo i canoni delle screwball comedy (le sue camicie ricordano quelle di Katherine Hepburn). Non è una novità se pensiamo a quanto sia classica la figura di Indiana o a quanto Spielberg sia legato a quel cinema, ma è sempre piacevole quando certi caratteri vengono ripescati.
Quindi i personaggi di Indiana Jones e il Quadrante del Destino galleggiano nelle pieghe del Tempo mentre cercano di inseguire un loro Tempo Perduto, sentono l’irrefrenabile bisogno di realizzare la propria storia attraverso la Storia. Tale ricerca è senz’altro la metafora giusta per descrivere la regia seriosa di James Mangold, incaricato di realizzare l’impossibile: dirigere un film che fosse in linea sia con il suo cinema e il blockbuster contemporaneo (la storia, per adesso) sia con la trilogia (+1) di Steven Spielberg e il blockbuster tipico degli anni Ottanta (la Storia).

In questo è significativo l’impressionante risultato ottenuto con le tecniche di de-aging, adottate per il flashback d’apertura. Se in Indiana Jones e l’ultima crociata (S. Spielberg, 1989) il villain nazista invecchiava in una manciata di secondi fino a diventare scheletro, grazie ad un impiego stupefacente di make-up e stop-motion, nel film di Mangold la motion-capture ha permesso a Harrison Ford di rivedersi giovane sul grande schermo; non è forse questo un viaggio nel tempo?
C’è da dire che sulla carta James Mangold era il perfetto cineasta per affrontare le tematiche di Indiana Jones e il Quadrante del Destino ma, terminata la visione, rimangono molti dubbi sul fatto di essere il perfetto sostituto di Steven Spielberg. Il regista newyorkese è emerso nel panorama cinematografico grazie ad un approccio che mescola tradizione e innovazione, con un occhio attento ai bisogni odierni di realismo e spettacolarità, infatti viene ricordato per il tono crepuscolare di Logan – The Wolverine e per l’avvincente frenesia di Le Mans ’66 – La grande sfida; entrambi i film hanno una narrazione equilibrata, classica per l’appunto, e riflettono emotivamente sul tempo che scorre, l’uno con la senilità del supereroe immortale e l’altro con una corsa automobilistica definita dalla sua durata impegnativa (le famose 24h).
Purtroppo nel quinto capitolo di Indiana Jones l’equilibrio viene meno perchè il regista ha confezionato un’opera ritmata ma senza particolari “colpi di frusta”, divisa tra estenuanti inseguimenti (treno, tuk-tuk, moto, barca, aereo) e tipiche cacce-al-tesoro in posti esotici, tra camei nostalgici (Sallah/John Rhys-Davies) e camei inediti (il marinaio di Antonio Banderas), tra bestie raccapriccianti e sfumature fantasy/fantascientifiche.

Volendo coccolare lo spettatore affezionato, garantendogli il continuo riconoscimento del modello, Mangold sembra essersi dimenticato degli elementi più importanti del genere d’avventura: il piacere della scoperta, il fascino dell’ignoto e lo stupore dato dall’invenzione cinematografica. Non si tratta dell’impossibilità di riproporre fedelmente l’originale, visto che esistono autori capaci di rimanere sé stessi seguendo pari passo le orme del passato (Abrams su tutti); e il problema non è neanche che i fan fatichino a staccarsi dai ricordi.
Pur essendo pieno di idee brillanti, al film di Mangold manca l’ampio respiro del grande intrattenimento spielberghiano, la sotto-traccia emotiva che tiene incollati alla sedia fino ai titoli di coda. Siamo lontani dalle geniali trovate fanta-horror de I predatori dell’arca perduta e di Indiana Jones e il Tempio Maledetto (S. Spielberg, 1985), o dall’irresistibile comicità di Indiana Jones e l’ultima crociata; perfino Indiana Jones e il Regno del teschio di cristallo gode dell’effetto sorpresa, rimanendo comunque problematico sotto molti punti di vista. «Noi non seguiamo mappe di tesori nascosti e la X non indica mai il punto dove scavare» disse l’archeologo in gioventù, a significare che i film a lui dedicati non sono (o non dovrebbero essere) sola superficie, c’è sempre qualcos’altro sotto l’evidenza, sotto “la polvere”.

Perciò il senso principale di Indiana Jones e il Quadrante del Destino è racchiuso tutto nell’icona di Harrison Ford, nel suo charme da cinema classico e, sempre a proposito del Tempo, nel ruolo che gli ha garantito l’immortalità “di celluloide”; d’altronde è “figlio” di Sean Connery e ha avuto il privilegio di bere dal Santo Graal. Lui è Indiana Jones e Indiana Jones è lui, non si potranno mai scindere, rendendo vano qualsiasi prossimo tentativo di rilanciare il franchise da parte della Lucasfilm/Disney; uno dei poster ufficiali, con un primo piano che occupa l’intero spazio, è piuttosto eloquente.
Come è impossibile separare Indiana dal suo fedora o dall’indimenticabile colonna sonora di John Williams (anche lui coinvolto per un ultima volta, per l’ennesimo capolavoro musicale), così è impossibile staccare gli occhi da Ford che, nonostante l’età e qualche evidente acciacco, è ancora capace di compiere mirabolanti imprese, di prendere a calci qualche stupido nazista, di ispirare nuove generazioni di spettatori (potenziali registi, potenziali archeologi, potenziali avventurieri).
Qui, nell’illusione della vicinanza e dell’eternità della persona/personaggio, si nasconde l’aspetto più commovente di Indiana Jones e il Quadrante del Destino, in una ragione che purtroppo vive al di fuori del film stesso, nella Storia ma non nella storia. È un peccato dover salutare uno dei protagonisti del Cinema (in toto) con un’ultima avventura non proprio memorabile. Alla fine dei conti, è davvero una questione di chilometri.

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