Recensioni

Trattandosi della recensione di un film di David Cronenberg dovrei trovare il modo di infilare da qualche parte i termini: “mutazione” e “corpo”. Un film di firma è pur sempre un film di firma e se dietro la cinepresa si posiziona un autore tanto peculiare da nominare con il suo stesso cognome un’atmosfera e un modo di guardare alle cose, allora il riferirsi alla filmografia globale sarà una cosa quasi naturale. Peccato che mai come in questo caso sia un ottimo modo per non capirci nulla e per chiudersi a forza dentro categorie interpretative che non hanno più evidentemente la pregnanza di una volta. Ma il primo a dimostrarsi poco interessato ai temi di ieri sembra proprio Cronenberg. Ce lo immaginiamo in qualche intervista costretto a rispondere all’ennesima domanda sul corpo, quando evidentemente tutto quello che gli rimaneva da dire in merito lo ha detto con il terminale Crash.
Ma poco importa. Chi vuol vedere corpi anche in questo thriller di ambientazione sovietico/mafiosa ce li vedrà comunque e infatti ecco che i tatuaggi di Viggo diventano il testo scritto sul corpo, come se questa non fosse una metafora vecchia come il mondo, come se prima non ci fossero stati Laughton, Greenaway e perfino il Mementodi Nolan ad insistere proprio sul tatuaggio come codice testuale. Uno come Cronenberg, che ha anticipato la realtà virtuale decenni prima che questa fosse ipotizzabile non può aver creduto per un secondo alla pregnanza di una metafora così logora e se lo ha fatto è un evidente peccato di vecchiaia (come lo erano le maschere veneziane dell’ultimo Kubrick). Un altro modo di ipotizzare come è andata veramente è quella di vedere un regista costretto a cimentarsi con le regole del genere senza sbavare più di tanto perché i margini di mercato si sono ristretti all’inverosimile e se vuoi farti distribuire non puoi permetterti più i vecchi deliri da avvento della Nuova Carne. Ma del resto, quelli erano gli anni ’70 e gli anni ’80.
Erano altri tempi. C’era il circuito di serie B e quello dell’homevideo che trovavano accoglienza anche per le opere meno ortodosse e simpatiche. Ora come ora, Cronenberg è quasi costretto ad immergersi di nuovo nella pratica di genere, ma a differenza dei vecchi horror, qui ne è in qualche modo dominato. Per chi sottolinea comunque la messa in scena fredda e asettica, io rispondo che la squadra tecnica è la stessa di sempre (Howard Shore alle musiche, Peter Suschitzky alla fotografia, Ronald Sanders al montaggio) quindi cosa c’è da meravigliarsi? Piuttosto il regista canadese prosegue in qualche modo il suo lavoro sull’identità, perché è di identità che sta parlando negli ultimi film, da Spider a A History Of Violence. Eastern Promises complice anche il protagonista (un incredibilmente appuntito e sopra le righe Mortensen) va a fare il paio proprio con quest’ultimo. Questo è però un film più solido, più classico nella messa in scena e dalla sceneggiatura precisa e senza tanti fronzoli, peccato che certe dinamiche siano facilmente intuibili e che nel finale addirittura si scivoli pericolosamente verso un vissero felici e contenti (con tanto di bacio finale!) appena riscattato dall’inquadratura di chiusura.
Mi sembra francamente troppo poco per essere un film di un autore così importante. Per essere un film di genere invece le regole vengono rispettate in pieno e c’è anche il famoso momento della sauna che vale da solo il prezzo del biglietto. Per il resto, questo ultimo Cronenberg più che ai suoi precedenti rimanda ai migliori modelli del cinema mafioso americano, Scorsese, Coppola, De Palma, Ferrara e Armin Mueller-Stahl regala in questo senso un prezioso ritratto di Lucifero in terra da premiarlo con qualche Oscar.
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