Recensioni

Un back in the days dal sapore particolare. Dopo quasi nove anni di silenzio Shablo torna a pubblicare nuova musica. E lo fa con un progetto che può avere due chiavi di lettura. Sì perché Manifesto, questo il titolo del terzo album in studio del producer, da un lato si può leggere come un divertissement di un artista che nell’ultimo periodo si è più occupato di faccende manageriali (curando in primis gli affari di Sfera Ebbasta) che del resto, dall’altro si può interpretare come un ambizioso tentativo di conquistare un nuovo target, magari non giovanissimo, ma interessato ad un certo tipo di suono rimasto sotterrato proprio da quell’ondata trap spinta anche dall’argentino stesso.
Che il progetto (fuori per Oyster Music, nuova etichetta fondata dallo stesso producer con Guè) sia pensato in grande è confermato dalla recente partecipazione al Festival di Sanremo 2025, dove il Dj ha presentato La mia parola insieme a Joshua, Tormento e Guè, tre nomi che ritornano in modo costante nel corso delle diciassette tracce, così come quello di Mimì (ultima vincitrice di X Factor e reclutata anche per il tour, dove però non è prevista la presenza fissa dello sguercio). Impossibile inoltre non rilevare quanto l’ultima fatica di Shablito arrivi poco dopo le uscite di Canerandagio Pt.1, dove Neffa è tornato a rappare, e di 60 HZ 2, istant cult di Shocca sequel del capolavoro datato 2004. Tre indizi che lasciano intendere, per un motivo o per un altro, che qualcosa si sta muovendo anche in una direzione più classica.
In tal senso Shablo, così come fatto in parte da Roc Beats, oltre ai capisaldi dell’hip hop nostrano si è avvalso anche di alcuni esponenti della Gen Z particolarmente amati dalla scena attuale, vedi le Ele-A, gli Ernia e i Rkomi di turno, nella speranza che (almeno) una fetta di nuovo pubblico si incuriosisca al suono delle origini della doppia acca, oltre che a tutte quelle sfumature che ne hanno consentito la nascita. Dentro Manifesto c’è infatti un po’ di tutto, dal soul al funk, passando per frammenti jazz, afro-beat e sapori che ricordano la scena hip hop made in UK degli anni Novanta, più qualcosa di più isolato.
Il leitmotiv sta nella voce di Joshua, presente in quasi tutte le diciassette tracce in scaletta, tutte impreziosite dall’uso di strumenti suonati (fiati su tutti) per un sound solido e quadrato. Tra queste spicca la migliore del lotto Immagina, street rap con un Inoki particolarmente ispirato, Love me (con Mimì e Tormento), elegante parentesi tra drum’n’bass e jungle , oltre che Welcome to the jungle, interessante crossover generazionale con Ernia e Neffa, autore di una delle sue strofe migliori dal suo cameback.
Tra soli di sassofono (Karma loop con Ele-A e Tormento), code con flauto traverso (Che storia sei con Joan Thiele e Nayt), synth funk (Non si può con Rkomi) e flessioni deboli e più sfacciatamente latin (Mille problemi con Irama, vero estraneo – per non dire impostore – alla situazione), il disco scorre via in modo elegante e gradevole, anche se mostrando talvolta eccessiva pulizia e delle liriche non indimenticabili. Forse quello che manca è la nota più fumosa, quella po’ sporca, ficcante e ruvida a dare il plus a tutto. Ma resta un tentativo ben riuscito che potrebbe trovare la giusta quadra proprio nella dimensione live.
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