Recensioni

La casa. Ma in verità non era una casa, bensì un fatiscente chalet di montagna che nulla aveva a che vedere con le signorili residenze infestate da spiriti maligni inaugurate da Amityville Horror nel 1979. L’equivoco nacque dalla distribuzione italiana, che a The evil dead di un allora semisconosciuto Sam Raimi affibbiò il titolo con cui la pellicola è nota qui da noi, rafforzando il concetto “immobiliare” con la locandina che, a differenza di quella originale, mostrava l’esterno di una sinistra abitazione in stile Psyco davvero poco in linea con un cottage. Anche la tagline usata per la promozione («Sembra una casa normale… da fuori») poneva furbescamente l’accento sullo stabile piuttosto che sulle forze dell’occulto vere protagoniste del film, il tutto per esigenze di vendibilità del prodotto in un periodo in cui cinema horror e catasto andavano a braccetto (si pensi anche a Shining, Poltergeist e Quella villa accanto al cimitero). E il trucchetto nostrano funzionò al punto che svariate fetecchie di film usciti a seguire furono spacciate per sequel della pellicola del 1981, quando invece con la saga di Raimi non c’entravano nulla.
Astuzie italiche a parte, The evil dead, uscito in un vecchio cinema di Detroit il 15 ottobre 1981 e solo due anni più tardi distribuito nel resto del Paese, fu un piccolo capolavoro pulp. Prodotto dalla Renaissance, piccola casa di produzione fondata dallo stesso Raimi insieme a Robert Tapert e all’attore/amico Bruce Campbell protagonista della pellicola, fu infine distribuito da quella stessa New Line che di lì a poco lancerà l’epopea di Freddy Krueger con il primo Nightmare. L’opera fu un pugno in un occhio per gli appassionati e riscrisse i codici del filone puntando in primis sulla suggestione e poi su effetti speciali a basso costo ma dall’altissima resa. Un film girato per passione, anche a costo di rimetterci (anche se poi incasserà quattro volte tanto quello che costò), e che promanava amore per il cinema – quello ruspante, artigianale – in ogni fotogramma. Tarantino avrà pure speso una vita ad acculturarsi sulla celluloide di genere di ogni angolo del globo, ma ogni tanto un occhio in casa sua lo dava eccome: Raimi fu tra i suoi numi tutelari.
Il cineasta del Michigan, che all’epoca aveva ventidue anni e all’attivo giusto qualche cortometraggio girato in Super 8 e interpretato da attori suoi amici, si affidò al già noto solleticando le paure più ancestrali dell’essere umano: il buio, il bosco, gli spiriti maligni. Della mancanza di mezzi (il budget a disposizione era di circa 350mila dollari, ottenuti dalla produzione grazie a un gruppo di investitori privati che finanziarono il film dopo aver visto il corto Within the woods, sorta di prologo della pellicola) fece un punto di forza e giocando abilmente con la macchina da presa creò uno stile: le riprese in soggettiva, con annesso effetto tremolante, furono uno dei punti a favore. Con The Blair Witch Project, arrivato una ventina d’anni dopo, il concetto del mockumentary “boschivo” sarà portato all’estremo, ma il germe dell’idea (peraltro già esplorata nell’italiano Cannibal Holocaust, di Ruggero Deodato) era presente ne La casa.
Qui lo slasher fece suoi elementi splatter mutuati soprattutto dalla lezione nostrana di Lucio Fulci e Dario Argento. Il sangue sgorgava a fiotti, liquidi biologici e soprannaturali si mescolavano in liquami rivoltanti, e pus putridi e grumosi fuoriuscivano dalle carni straziate dei malcapitati vacanzieri, oramai più di là che di qua una volta caduti nelle mani del demonio. Smembramenti e squartamenti quali scelte estetiche che concorrevano a questa pornografia anatomica del sezionamento umano mostrata in tutta la sua ripugnanza, in un festival di violenza ed exploitation distillati a meraviglia. Dall’altra parte c’era però anche il mondo dell’intangibile, poco carnale e molto più terrorizzante. Il male veniva riesumato dagli incauti giovani venuti a passare il weekend nella baita di cui sopra che, scoperta una botola nel pavimento, si introducevano nell’angusto varco raggiungendo lo scantinato nel quale rinvenivano un antico libro sumero e un nastro audio che, una volta azionato, recitava con la voce di un archeologo le formule malefiche contenute nel testo e in grado di risvegliare terribili forze oscure in sonno da secoli. A quel punto i quattro erano in trappola e gli stessi alberi del bosco circostante si animavano (indimenticabile la scena in cui una delle ragazze veniva stuprata da una radice) per non farli scappare.

L’horror d’antan era sapientemente mischiato alla modernità. Passaggi segreti, orologi a pendolo e volumi antichi in stile film Universal o Hammer si amalgamavano con stilemi e linguaggio più aderenti ai tempi: lo stesso era accaduto un paio di mesi prima con la horror comedy Un lupo mannaro americano a Londra, di John Landis, con la differenza però che Raimi di ridere non aveva la minima voglia. In un crescendo claustrofobico, la spensieratezza iniziale cedeva il passo all’angoscia sapientemente orchestrata da agghiaccianti stralci musicali a base di archi dissonanti e scenari tardo autunnali velati di una nebbia persistente. I ragazzi venivano falciati uno ad uno e successivamente posseduti dagli spiriti assetati di sangue.
Il sorriso, a Sam, semmai verrà più tardi. Al primo capitolo seguirà infatti il secondo, uscito nel 1987, che virerà inaspettatamente in territorio umoristico a tratti perfino slapstick – seppur sempre a base sanguinolenta – innestandosi sulla scia più o meno coeva dei due House (tanto per fare ancora più confusione con le case) al pari del successivo, medievalesco L’armata delle tenebre (1992). E Campbell/Ash diventerà una star degna di Jim Carrey, maschera dall’inimitabile ed esilarante mimica facciale e in eterna lotta contro le forze del male.
Per via dei contenuti scabrosi, La casa ebbe problemi con la censura e – come detto – fu distribuito nelle sale USA solo nel 1983 (in Italia dall’anno successivo). Furono però soprattutto le riedizioni home video e i passaggi televisivi a decretarne il successo commerciale e la rivalutazione da parte della critica come opera cult. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 qui da noi poteva capitare di vederla trasmessa in prima serata su Rai3: prodigi della TV di Stato all’epoca di quella lottizzazione che poi significava appunto spartizione, dissezione, spezzettamento: in pratica il leit motiv del film.
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