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6.5

La Disney e Sam Raimi alle prese con il libro Il meraviglioso mago di Oz e soprattutto con il film del 1939 di Victor Fleming? Il risultato è piuttosto altalenante, alla luce anche del fatto che il regista è subentrato solo in un secondo momento e non ha avuto piena libertà di scelta.

Il prequel della vicenda racconta di un sedicente mago di fiera, Oscar Diggs detto Oz (un ironico James Franco), che lavora in un piccolo circo con il nome di Grande e Potente Oz, in realtà grande affabulatore di spettatori e di ingenue fanciulle. Siamo in Kansas agli inizi del 900 e Oscar, trovatosi in difficoltà per scappare da un rivale, salta su una mongolfiera e a causa di un tornado si ritrova in un regno fantastico, quello di Oz appunto.

Con la promessa a se stesso, nel corso della tempesta, che sarebbe diventato un uomo migliore, Oz si ritrova coinvolto in pieno, suo malgrado, in una lotta tra bene e male, con la metafora del percorrere un sentiero, quello di mattoni gialli, che lo potrà redimere. Con trucchi spiccioli e l’aiuto di forze del bene, il Nostro riuscirà, alla fine di una lunga lotta, a sconfiggere la perfida strega dell’Ovest e a conquistare il suo regno, diventando il nuovo mago.

Non c’è neanche bisogno di dire che il modello è rappresentato dal celebre film e che è una storia di formazione, al maschile questa volta; un altro importante riferimento, nel mondo del fantastico, è rappresentato da Tim Burton (si veda anche la presenza delle musiche di Danny Elfman, e Johhny Depp avrebbe dovuto essere nel ruolo del protagonista…) e dalle sue atmosfere noir-fantasy che fanno capolino qua e là, mentre il Sam Raimi che si conosce appare a tratti , nel suo humour e in qualche rara splatterità assortita. Poca roba comunque, in mezzo a tutti gli effetti speciali di routine.

Il film originale viene citato con discrezione e con l’amore per l’artigianato tipico di Raimi: la scena iniziale del Kansas in bianco e nero e quella finale, il gruppo di amici-aiutanti che accompagnano Oz, il tornado, i balletti e tanti altri piccoli e grandi riferimenti-omaggi.

Non avrebbe guastato maggiore libertà espressiva, anche dai modelli ingombranti, ma del resto per un film Disney è già abbastanza. Il grande e potente Oz risulta quindi un ibrido tra velleità autoriali e canoni mainstream.

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