Recensioni

Di Rob Marshall si conosce soprattutto una carriera nel musical cinematografico, inaugurata con lo splendido Chicago (2002) vincitore di sei premi Oscar. Purtroppo questo noir all that jazz, tratto dall’omonimo spettacolo teatrale di Bob Fosse, è l’unico a essere ricordato per soli meriti positivi.
Dopo la brutta trasposizione di Nine (2009), altro grande musical di Fosse e folle reinterpretazione di 8 e mezzo (F. Fellini, 1962), Marshall ha diretto per la Disney Into the Woods (2014), basato sul complesso e semi-operistico musical di Stephen Sondheim, e Il ritorno di Mary Poppins (2018), azzardato sequel di quel Mary Poppins (R. Stevenson, 1964) che è Storia del Cinema; mentre il primo denota una certa fatica nel rendere coesi e appassionanti i numerosi brani dei numerosi personaggi (è un mix di fiabe dei fratelli Grimm), il secondo vanta di una protagonista eccelsa e una colonna sonora commovente (Marc Shaiman e Scott Wittman hanno omaggiato gli storici fratelli Sherman), in parte affossate da una regia meccanica che non trova la magia dell’originale.

Non si capisce perchè Disney abbia così tanta fiducia in un regista-da-industria che da tempo non ottiene chissà quale risultato artistico e/o commerciale. Sicuramente il musical è uno dei generi più bistrattati perchè difficile, sia nella realizzazione che nella presa sul largo pubblico, perciò necessita di autori innovativi per brillare sul grande schermo (Baz Luhrmann, Damien Chazelle, Dexter Fletcher, Jon M. Chu, Lin-Manuel Miranda, Steven Spielberg).
Al contrario Rob Marshall è regredito a un’idea di cinema piuttosto tradizionale e non sarebbe poi un male, se solo riuscisse a tenere insieme i pezzi dei suoi film; spesso non controlla la passione, appiattisce le coreografie, perde per strada la bussola emotiva e trasforma il desiderio di mostrare tanto in un racconto che restituisce poco. Perciò, tra tutte le polemiche sorte fin dall’annuncio (molte sterili), era la scelta di Marshall per il remake in live-action de La Sirenetta a dover far storcere il naso degli affezionati.
Il regista statunitense non è nuovo al canto delle sirene, in particolare a quelle abili nell’influenzare (se non controllare) sentimenti e comportamenti degli uomini. Dalle six merry murderesses della contea di Cook (Chicago) alle ammalianti donne del Maestro del cinema Guido Contini (Nine), passando per le geishe giapponesi degli anni Quaranta (Memorie di una Geisha, 2005), il cineasta statunitense si è specializzato nel racconto di figure femminili sensuali (e sessuali) alla costante ricerca di un’autonomia rispetto lo sguardo e la volontà maschile; a tal proposito ci si potrebbe interrogare sui risultati ottenuti, se i film di Marshall, nonostante le più nobili intenzioni, siano alla fine dei conti una delle tanti espressioni del male gaze hollywoodiano (quindi se i personaggi femminili siano solo un corpo, una derivazione).

Comunque, tornando in tema sirene, è impossibile non citare il suo Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (2011), quarto capitolo di una saga che aveva detto tutto nella trilogia di Gore Verbinski. Per attivare il potere curativo della Fonte della Giovinezza, Capitan Jack Sparrow (Johnny Depp) aveva bisogno della lacrima di una sirena, un MacGuffin di difficile reperibilità. Questo perchè le sirene sono creature maligne che attirano i marinai con la bellezza e il canto (il regista ha inserito una piccola componente musical nella saga), al fine di farli sprofondare negli abissi e mangiarli. Ovviamente i protagonisti riescono a catturarne una col volto e il corpo di Àstrid Bergès-Frisbey, la quale poi si innamora di un prete (Sam Claflin), dando così inizio ad una scialba e impossibile storia d’amore.
Più volte Marshall non ha saputo gestire i suoi personaggi, quindi La Sirenetta poteva essere l’occasione di riprendere un discorso accennato nei Pirati dei Caraibi e tornare in auge grazie al genere che sente più affine. Il film infatti parte con una citazione dalla favola di Hans Christian Andersen (1837): «Ma una sirena non ha lacrime e perciò soffre molto di più». Quella che a primo impatto pare una dichiarazione d’intenti – la fedeltà al testo originale, almeno nella storia – è in realtà la semplice anticipazione di un’altra specie di MacGuffin: l’attesa lacrima di Ariel sarà l’inedito fulcro emotivo di questa reinterpretazione dell’amatissimo Classico Disney (quando, perchè e per chi verserà la preziosa lacrima?).

Trattandosi di uno dei film Disney più importanti (La Sirenetta, R. Clements & J. Musker, 1989), capostipite della fase definita Rinascimento e che coincide con le produzioni degli anni Novanta, Rob Marshall non poteva snaturarne l’intreccio ma, al contempo, ha ottenuto un interessante via libera per una serie di aggiunte e cambi ragionati. Non siamo nei territori “infedeli” di Crudelia (C. Gillespie, 2021), ma nemmeno in quelli “cartacarbone” de Il Re Leone (J. Favreau, 2019).
Quindi, allo stesso modo di un Aladdin (G. Ritchie, 2019) o del recentissimo Peter Pan & Wendy (D. Lowery, 2023), La Sirenetta amplia il testo di partenza (che già allora non era l’originale) e lo arricchisce di ulteriori significati, sia per affermare l’importanza di una diversa visione registica, rispettando così la natura creatrice di un autore, sia per seguire l’andamento della contemporaneità; è bene ricordare che i remake in live-action, indipendentemente della loro effettiva qualità, sono realizzati per un pubblico nato anni dopo l’uscita delle rispettive fonti.

Nella prima metà del film Marshall dà il meglio di sé e sfrutta tutto il potenziale della nuova sceneggiatura di David Magee e il coinvolgimento del sopracitato Lin-Manuel Miranda (ormai presenza fissa in casa Disney) come co-creatore della colonna sonora insieme a Alan Menken (che per fortuna è stato richiamato dal film d’animazione). In un certo senso sembra di assistere a uno spin-off di Pirati dei Caraibi, dato che se ne riprende parte dell’atmosfera e dell’ambientazione.
Così facendo si “giustifica” – come se ce ne fosse bisogno – Halle Bailey nel ruolo di Ariel, sirena bellissima con i capelli rasta bruciati dalla salsedine e dal sole, e si dà un contesto reale alle canzoni del passato e del presente. Già In fondo al mare aveva influenze dalla musica calypso, genere proprio della cultura afroamericana delle isole dei Caraibi, così è stato chiamato Miranda per i nuovi testi e brani (in particolare, Per la prima volta e Il grande scoop); lui che ha esordito come autore a Broadway con In The Heights, musical che mescola l’hip-hop alle sonorità del centro/sud America (portato al cinema nel 2022 grazie a Jon M. Chu).

La novità interessante (e riuscita) de La Sirenetta sta nel guardare da un altro punto di vista la scelta di Ariel di sacrificare la propria voce, in cambio della forma umana, alla Strega dei Mari Ursula (Melissa McCarthy). Rispetto al cartone animato risulta ancora più chiaro che non lo fa solo per amore di Eric (Jonah Hauer-King), quanto per la voglia di intraprendere un percorso di vita libero dalle imposizioni e aspettative paterne di Re Tritone (Javier Bardem). Inoltre, sempre a sostegno di tale tesi (in linea con le altre sirene di Marshall), il film costruisce un retroscena speculare al personaggio del principe, naufrago adottato dai sovrani del Regno dei Caraibi e col sogno di navigare per mare, collezionare tesori, esplorare nuovi mondi.
Mentre la sirena tende verso la Terra e aspira a superare il “tetto” dell’oceano (come si vede nella meravigliosa e commovente sequenza del brano La sirenetta), il ragazzo vuole andare nelle “profondità” della conoscenza, spinto dalle misteriose bellezze del Mare. Ma entrambi i personaggi sentono il peso delle aspettative, vogliono emanciparsi dai Padri e dalle Madri, ed è questo aspetto comune che li fa innamorare, non un improbabile amore a prima vista.

Purtroppo La Sirenetta soffre dei soliti difetti del cinema di Rob Marshall e di (quasi) tutti gli adattamenti in live-action della Disney. Se da un lato permangono i dubbi relativi ad un approccio iper-realistico per i personaggi zoomorfi (soprattutto se poi devono cantare), dall’altro si nota una certa confusione narrativa nella seconda metà del film, con sotto-trame e personaggi sacrificati (Tritone in primis) e una perdita progressiva della tensione nelle sequenze finali; in più, l’uscita di Avatar: La via dell’acqua (J. Cameron, 2022) ha reso particolarmente desueta la CGI dei prodotti Disney, già di suo non sempre ottimale.
Di nuovo la mancanza di una stretta ferrea sulla storia, e su quello che le ruota attorno, mina il coinvolgimento emotivo di quella fetta di pubblico che è meno disposta alla sospensione dell’incredulità e che confermerà il giudizio negativo sull’odierno cinema disneyano. Per tutti gli altri è doveroso sottolineare la bravura di Halle Bailey e di un cast calato nella parte (compresi i doppiatori italiani, con Mahmood vera sorpresa nel ruolo del granchio Sebastian), in grado di mascherare le imperfezioni di un film destinato al successo di botteghino e ad un lunghissimo strascico di polemiche.
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