Recensioni

La nostalgia e il diverso sono elementi che da sempre caratterizzano il cinema di Tim Burton. Negli ultimi quindici anni, tuttavia, se n’è aggiunto un altro che potremmo configurare con l’eredità artistica e umana dei personaggi protagonisti dei film del cineasta di Burbank. Era così per Will Bloom, chiamato a raccogliere il pesante lascito del padre raccontastorie, a rigettarla come menzogna e ad abbracciarla per quello che era: un fantastico modo di intendere e vivere la propria vita; ne La fabbrica di cioccolato, l’erede designato Charlie Bucket insegnerà il valore della condivisione e la cruciale importanza degli affetti nel processo creativo al recluso Willy Wonka; in Sweeney Todd, le nuove generazioni debbono uccidere la precedente per non cadere vittime degli stessi errori, in quello che è possibile considerare come l’unico episodio profondamente pessimista di una carriera che aveva sempre lasciato intravedere almeno uno spiraglio di speranza. Nostalgia, diversità e pesante eredità si incontravano ancora nel remake/sequel di Alice in Wonderland dove il mondo illogico riaffermava il suo predominio sulla banalità del reale e la distruzione di qualsiasi forma di emancipazione (in un delirio di colori, forme e tecnica).
A nove anni da quel connubio disneyano (e a sette dal bellissimo e nostalgico Frankenweenie) per cui molti storsero il naso (probabilmente non del tutto a torto), Burton torna in forze alla Casa di Topolino per ridar vita a uno dei suoi celebri classici per eccellenza: il Dumbo diretto a quattordici mani nel 1941. L’elefantino, emarginato per via del suo aspetto dal resto della compagnia del circo in cui è nato, è costituito già dal materiale che Burton mastica fin dai suoi esordi, da quel corto in cui un bambino immaginava di poter essere un giorno come il suo idolo d’infanzia, l’attore di film horror (di serie B, non va dimenticato) Vincent Price, prodotto da Rick Heinrichs e dalla stessa Disney. Chiaramente il Tim Burton del 2019 non è più quello del 1982: da allora ci ha consegnato capolavori immortali come Edward mani di forbice, Ed Wood, Mars Attacks! e Big Fish, contribuendo a plasmare diverse generazioni di spettatori e a fondare un immaginario che, prima ancora di essere etichettato come gotico o dark, è principalmente avant-pop. Nel corso degli ultimi anni, come si accennava poc’anzi, i suoi obiettivi si sono – più che trasformati – diametralmente spostati, scivolando anche nel didascalico.
Non si tratta di un tratto (perdonate il gioco di parole) tipicamente burtoniano, anzi, quest’ultima propensione al ribadire concetti di basilare importanza è una tendenza che sta attraversando le opere di diversi filmmaker in epoca recente (si veda il The Mule di Clint Eastwood, Glass di M. Night Shyamalan o, per rimanere in territorio fantasy, Alita – Angelo della battaglia di Robert Rodriguez). Ambientato all’indomani della fine della Grande Guerra, Dumbo è un film infarcito di buoni sentimenti, coscientemente ricattatorio in alcuni passaggi emotivamente un po’ forzati, sorretto instabilmente da una serie di personaggi bidimensionali e stereotipati, tutti ingredienti che confluiscono verso l’obiettivo primario: favorire una riscoperta della compassione, di un ritorno alla purezza d’animo che in situazioni limite non può e non deve abbandonare l’umanità anche nei suoi momenti più bui (non a caso siamo nel 1919, anno in cui il peggio sembrava ormai alle spalle).
Ecco che allora quei personaggi bidimensionali ritrovano la stessa funzione che avevano nelle fiabe per bambini dei tempi andati, il racconto riguadagna la stessa forza automatica e meccanica (certo) dei classici indissolubili (Il mago di Oz, gli stessi Classici Disney che non brillavano certo per una narrativa originale), tutto è a disposizione del talento visionario (quello sì inossidabile) di Burton, ancora capace a 60 anni di costruire sequenze immaginifiche basate unicamente sull’enfasi emotiva (il primo volo dell’elefantino davanti al pubblico sorretto dalle ispirate musiche di Danny Elfman è tra queste). Nell’ambientazione circense si ritrova infatti uno dei topoi del suo cinema – insistentemente corteggiato per una vita intera ma mai veramente amato (l’amore è per Fellini) e dolcemente omaggiato nei suoi lavori (Batman Returns, Big Fish) – il luogo magico per eccellenza nei primi del Novecento, soppiantato una volta per tutte da un’altra invenzione che rapirà per sempre il cuore di miliardi di persone: il cinema, appunto. Dumbo è quindi un film semplice, dove il regista può anche divertirsi a inserire qui e là non troppo velati riferimenti all’industria (la piccola compagnia circense strozzata e inglobata dalla grande multinazionale dell’intrattenimento, ricorda qualcosa?).
Non tutto funziona alla perfezione si diceva, ma questo non è mai stato un problema per Burton che, se dal punto di vista narrativo deve raccogliere quello che può dalla debolissima sceneggiatura di Ehren Kruger, da quello squisitamente visivo ritrova l’estro del collega/amico Heinrichs alle portentose scenografie, e può contare sulla fotografia a mo’ di cartolina d’epoca di Ben Davis. A fine visione il messaggio arriverà alle nuove generazioni di bambini che per la prima volta si approcceranno a questi remake come quelle passate fecero con i Classici d’animazione, con in più il tocco visionario di uno dei cineasti più importanti di fine XX secolo.
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