Recensioni

Non c’era alcun dubbio sul fatto che l’uscita nelle sale di Avatar: La via dell’acqua avrebbe catalizzato completamente l’attenzione oscurando tutto il resto dell’offerta natalizia al cinema. Non a caso, altri grandi franchise si sono preoccupati da subito di rimandare o ricollocare i propri film per non andare allo scontro diretto con l’ultima fatica di James Cameron, il re (quasi) incontrastato del box-office mondiale, che 13 anni dopo aver sbancato con il rivoluzionario Avatar, torna con il secondo capitolo della sua personalissima saga, l’unica che al giorno d’oggi (per imponenza e successo) potremmo accostare all’immaginario lucasiano delle guerre stellari o al Marvel Cinematic Universe.

Il primo Avatar fu un film spartiacque sotto molti punti di vista: innanzitutto ebbe il merito (o demerito per alcuni) di riportare in auge il 3D, che dopo una breve fama raggiunta a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 è ora ridiventato una moda, ovviamente ripensato secondo le più moderne tecnologie stereoscopiche. Cameron, reduce dal record assoluto di incassi con Titanic, mancava l’appuntamento con la sala cinematografica da ben 12 anni e riuscì ancora una volta a riconquistare il pubblico (un pubblico ovviamente diverso da quello che ammirava stupito la tragedia del transatlantico inaffondabile sul grande schermo) e a battere perfino se stesso (ad oggi Avatar è ancora il più grande incasso della storia del cinema). Passati, come detto, altri 13 anni da quell’impresa, Avatar: La via dell’acqua deve fare i conti con un pubblico nuovamente cambiato, abituato a un altro tipo di intrattenimento e che ogni giorno ha a che fare con social network, messaggistica istantanea e metaverso (sistemi che nel 2009 non erano che agli albori).

Tutto è connesso e tutti siamo perennemente connessi, così anche Avatar: La via dell’acqua deve necessariamente adottare un linguaggio fluido, dinamico ma deve anche fare i conti con la vecchia generazione, più schematizzata, più rigida, destinata a soccombere. Così, anche se il racconto è condotto ancora da quel Jake Sullivan che nel primo film fungeva da ponte tra due mondi, ora il suo è un punto di vista frammentato, messo alla prova dalla consapevolezza naturalmente acquisita dai suoi figli. La famiglia è, infatti, il perno principale su cui ruota questo primo sequel, dove il film stesso si fa ponte tra le generazioni, dove lo sguardo di Cameron ribadisce il suo essere sempre volto al futuro, con una concezione del passato (e dell’umanità pre-digitale) mai nostalgica.

Si potrebbero avanzare varie critiche a questa pomposa meraviglia cinematografica di oltre 3 ore di durata che irrompe nella sala con la potenza di un 3D ancora più aggiornato e sensazionale (tanto che una visione nello standard bidimensionale non ha praticamente senso di esistere). Ci si potrebbe chiedere ad esempio perché Cameron non presti la stessa dedizione che lo guida nell’aggiornare l’apparato tecnico delle sue opere anche in sede di scrittura. La storia raccontata in La via dell’acqua è davvero molto semplice, anche se mai banale. Non è facile oggi costruire una narrazione in grado di parlare direttamente a diversi tipi di pubblico e Cameron riesce in questa impresa, proprio facendo leva su una trama di facile comprensione, ma carica di sovrastrutture e suggestioni – solidissima nella sua suddivisone in tre atti – e che verrà ulteriormente approfondita nei prossimi capitoli. D’altronde, anche Sentieri selvaggi, l’epopea western per eccellenza di John Ford – regista che viene accostato spesso a Cameron – viveva di momenti di pura estasi visiva, poggiati su una narrazione limpida e per nulla complicata. Per Avatar 3, magari, ci sarà bisogno di aggiungere altra carne al fuoco (Lucas già ne L’impero colpisce ancora era arrivato a una sintesi tra visione e narrazione pressoché perfetta), specialmente se l’intenzione è quella di costruire una saga fantascientifica in grado di autorigenerarsi a piacimento.

Senza gridare al capolavoro che non è, Avatar: La via dell’acqua è un rarissimo esempio di kolossal per famiglie che non coinvolga spade laser o guanti dell’inifinito, ma che è invece interessato a trasfigurare il contemporaneo attraverso le avventure di un mondo nuovo, migliore, ma non esente dalla tragedia, che da sempre contraddistingue ed esalta la componente umana di ogni essere vivente.

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